Diane Arbus fotografa tutto ciò che è freak

Ovvero il modo in cui definiscono il suo stile

Chiara Novali 16\02\2016

Osservate le prime due fotografie.

 

Il primo scatto è di Henri Cartier Bresson; il secondo di Diane Arbus. Se il vostro sguardo si è fermato al primo e siete ancora lì con l'occhio da pesce e la bocca aperta, tranquilli è normale, ma come avrete visto dal titolo è di Diane Arbus che parla questo articolo. Parla di lei per due motivi: perché non è Henri Cartier Bresson e perché lo è già stata.
Non sapete chi sia? Bene accomodatevi. Diane Arbus è una delle maggiori fotografe del XX secolo - Il secolo della Fotografia tra l'altro. Ha origini russe (il vero cognome non è Arbus -quello lo prende dal marito- ma “Nemerov”), è di famiglia ebrea e nasce nel 1923 a New York. Non è l'unica artista in famiglia: un fratello poeta, una sorella scultrice, il padre che deciderà di dilettarsi nella pittura... Insomma, sarà il sangue russo che scorre in lei, ma fin dalla nascita respira arte. L'approccio alla fotografia è graduale e insieme repentino: si innamora a soli 14 anni di colui che sarà il suo futuro marito, Allen Arbus. Con lui comincia a scattare; con lui, dopo il ritorno dalla II Guerra Mondiale come fotografo di guerra, approfondirà il legame con la macchina fotografica. Il sodalizio Diane-Allen durerà una quindicina d'anni e sarà solo al termine di questo che Arbus esploderà in quella che è oggi Diane, la Fotografa.

La fotografia a sinistra è stata scattata dalla Leica di Robert Frank. Quella a destra dalla nostra Arbus, all'epoca del medio formato – cioè le fotografie quadrate - della Rollei. Cos'hanno in comune queste due fotografie? L'anno: il 1956, per iniziare. E non sottovalutiamo il potere della Storia: ce n’è molta nella sua vita, insieme all’Arte, al Cinema e al Mondo. Frank e Arbus si sono conosciuti, hanno avuto contatti con la stessa realtà sociale e con soggetti simili. Ma come nel caso di Bresson, anche qui il parallelismo mette in luce la diversità di Diane Arbus rispetto ai fotografi di quel periodo. Questa singolarità è rivelata dal soggetto. Una vecchia signora è entrata nel mirino della Rollei di Diane, così come, a sinistra, sempre una signora osserva la Leica di Frank.
Ma siamo proprio sicuri che nel primo caso la donna sia il fondamento della costruzione artistica? Io ci vedo altre cose. Ci vedo l'atmosfera creata dai giochi di luci di quello che pare essere un autobus; oppure i tre riquadri che incorniciano la scena, una simmetria ben escogitata da quella volpe di Frank (che però aveva una Leica quindi tutto gli è permesso). Nello scatto di Diane è solo la vecchia signora a dominare la Fotografia. Questa non è nient' altro che un ritratto, nudo e crudo, come solo la Verità può esserlo. Tralasciando per un attimo le astratte considerazioni artistiche, nello scatto è già evidente una delle principali caratteristiche della fotografia di Arbus, che mi piace riassumere con le sue parole: “luce ed ombra, carne e sangue”. Siamo agli albori della famosa “esplosione” di Diane di cui parlavo qualche riga sopra. Tale esplosione culminerà nella definizione della Arbus come “fotografa di mostri”. Per abbandonare l'eloquenza e darvene un assaggio “visivo”, ecco cosa si intende.

E' così che questa fotografa declina il suo lavoro artistico: dal concetto di “nuda e cruda verità”, a quello di “deformazione” e “mostruosità”, appunto. Cosa ne penserebbe Bresson? Ho paura che gli verrebbe un coccolone. O forse ne sarebbe entusiasta. Il lavoro di Arbus di quegli anni è stato qualificato e poi definito con il termine “Freaks”, in un riferimento esplicito all'omonimo film del 1932 di Tod Browining. Nel film i protagonisti sono persone mostruose e deformi, allettante per la personale visione estetica della Arbus. Capite ora perché parlavo anche di cinema? Guarda la fotografia qui sotto - “Identical twins”, 1967- e una facile somiglianza con le inquietanti gemelle di “Shining”. Diane, anni prima, aveva conosciuto il giovane e ingenuo Kubric, che pensava che la sua strada fosse la Fotografia (fortuna che poi ha scoperto la cinepresa) e pare ci fosse anche una sorta di amicizia tra i due.

È un’altra evidente nota di continuità nelle fotografie qui sopra, un tema-ossessione ricorrente nei lavori della Arbus: il doppio. Fu Auguste Sander (altro fotografo del periodo e suo amico) a dire che i ritratti scattati dalla Arbus nascondevano quasi sempre la proiezione delle ossessioni della stessa Fotografa. Quanto è vero allora che troviamo nei ritratti di un artista anche il suo stesso volto? Tuttavia pare che Diane instaurasse ogni volta veri e proprio rapporti con queste ossessioni incarnate in soggetti, le sue fotografie nascondono un qualcosa di più profondo del semplice “mettersi in posa sorridere scattare”. Diane Arbus ci parlava, con questi storpi, figure carambolanti nella notte di New York e che nessuno si sarebbe mai sognato di avvicinare. Ci diventava amica. E non è facile, contando che c'era da parte di quelle persone una buona dose di timore e diffidenza per la macchina fotografica. Forse è anche per questa difficoltà che i risultati sono così preziosi.
Riprendo il bandolo della biografia di Diane, per avvicinarmi alla conclusione. Alla fine degli anni Cinquanta si immerge nelle strade di un' America strepitosa e piena di contraddizioni. Gira per Broadway ed entra nei camerini dei personaggi più bizzarri; dal cuore di Manhattan nascono i ritratti di “Moondog”, un gigante cieco con barba e corna da vichingo, o del “Gigante Ebreo”.

Nel 1962 passa dalla Nikon 35mm alla Rollei e arrivano riconoscimenti sempre più seri, come la mostra al MOMA nel '65. C'è chi ha visto in questo eccesso di successo una delle cause della forte depressione che affliggerà Diane fino alla morte, nel 1971. Si suicida nella vasca da bagno di casa sua, tagliandosi le vene dopo aver ingerito barbiturici. Muore all'età di 48 anni la fotografa che ha saputo rendere la realtà quotidiana qualcosa di quasi magico e grottesco, sottolineando, attraverso il mirino, il deforme e la malattia insite in essa.
Decidi tuse vuoi che questo “Freaks” sia qualcosa da nascondere o da mostrare, da considerare come bene o male, o da non considerare proprio. Se poi hai una macchina fotografica a portata di mano puoi iniziare anche adesso, cerca le luci e le ombre e troverai “la carne e il sangue”.

 

, Chiara Novali

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