Perché siamo tutti così tristi

E perché siamo tutti così felici di dirlo al mondo

Elisa Santoro 21/02/2017

Siamo tutti d'accordo che i social network, ormai centrali nelle nostre vite, sono in grado in qualche modo di darci un'idea (forse distorta forse tremendamente onesta) di come stia andando la nostra società. Si parla di tormentoni, di tendenze che spariscono come sono nate, ma anche di costanti nell'atteggiamento di certe categorie di utenti. Essendo io tremendamente social-dipendente e particolarmente innamorata del fenomeno meme e di tutto ciò che gira attorno alle "Crippling depression memes", è arrivato un certo momento in cui mi sono chiesta: Zia, ma come mai si è tutti così tristi? É solo una posa o risponde ad un vero disagio sociale? Ma soprattutto: perché si è tutti ansiosi di farlo sapere al mondo?

Una volta, almeno da quel che ricordo, essere tristi era quasi una vergogna. Chi si sarebbe mai messo a dire a gran voce "La mia vita fa schifo"? Ognuno era impegnato a far sapere agli altri che era felice, anche troppo, che era pieno di figa e di feste e di viaggi in posti #top. Per carità, quella parte del web esiste ancora, ma avanza minacciosa un'altra sponda, quella del #maiunagioia. Certo anche i modelli dei ggiovani sono cambiati, una volta tutti volevano essere Fonzie, il fusto che con un pugno aggiustava il juke box. Ora i personaggi delle serie tv sono secchioni al limite dell'autismo come quel cretino di Sheldon Cooper. Lo sfigato nerd è il modello identificativo di una generazione che sogna di poter diventare protagonista della propria vita di merda.
Un paio di anni fa mi imbattei, per caso, in un articolo illuminante il quale, in poche parole, offriva una possibile spiegazione del come mai la nostra generazione sia infelice, e trovava la risposta in un evidente gap tra le nostre aspettative e la realtà presente. Da figli di chi ha vissuto il boom economico e un relativo benessere, le nostre aspettative sono di avere come minimo lo stesso, se non di più, in quanto noi siamo speciali, siamo unici, dobbiamo seguire i nostri sogni, questo ci hanno sempre detto papi e mami. Il problema avviene quando sbattiamo contro un muro chiamato REALTÁ e MERCATO DEL LAVORO, che trasforma le nostre aspettative in una pioggia di coriandoli. Allora siamo insoddisfatti, frustrati, profondamente depressi.



E la depressione, o la convinzione di essere depressi, porta ad un ripiegamento totale su se stessi. La personalità depressa è un gigante IO ossessionato dai propri problemi, del tipo che puoi dirgli "Ehi, lo sai che il mio gatto è morto?" e il tipo depre ti risponde "Eh anche io tre anni fa persi il mio gatto, quattro anni fa un pesce rosso, quando avevo due anni morì la mia tartarughina...". Aggiungi a ciò il narcisismo imperante che ci spinge continuamente a metterci in mostra sui social ed ottieni un perfetto ritratto dell'utente che segue pagine come questa (ehi ma si parla di me!) e crede che sia di interesse comune il sapere quanto miseranda sia l'esistenza condividendo post su post di tristezza infinita. Il punto sta nel fatto che lo zio depre non è solo, è fiancheggiato da milioni di zietti depre, che si scambiano meme depre e si mettono like a vicenda pensando "ahah anche lui è depre come me".

Insomma, come al solito, si torna ad un fatto di inclusione nel branco e quelle menate di psicologia sociale. La tristezza è, senza alcun dubbio, una caratteristica dominante nella nostra generazione, siamo inesorabilmente insoddisfatti, ci sentiamo soli, cosa che ci spinge a cercare un riscontro, un conforto, nel sapere che non siamo gli unici ad essere tristi. Ed è qui che scatta lo sfoggio di depressione sul web, è un modo come un altro per omologarsi, per essere parte del gruppo, per sentirsi meno isolati in un mondo che ci isola sempre di più. Quindi, la prossima volta che stai per condividere un meme in cui c'è il faccione di Michael Cera che intona "The Sound of Silence", chiediti se lo stai facendo perché ti senti davvero depresso o semplicemente per acchiappare likes e, nel primo caso, chiedi aiuto, nel secondo caso, anche.

, Elisa Santoro

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