Democrazia diretta online

Ovvero fare i conti senza l'oste

Federico Gambato 31\05\2017

Che le agenzie governative non siano note per la loro propensione alla difesa della privacy è cosa risaputa e la conferma arriva dall’ultimo report di Wikileaks sulla CIA e sui suoi strumenti per procurarsi dati sensibili. Sappiamo anche che la Casa Bianca ha da poco annullato il decreto istituito l’anno scorso dall’amministrazione Obama, che regolamentava il flusso di contenuto informativo commercializzabile dagli ISP (Internet service provider, l’equivalente di Telecom o Infostrada qua in Italia); in sintesi, la legge denominata Protecting the Privacy of Customers of Broadband and Other Telecommunication Services precludeva la diffusione di cronologie, geolocalizzazioni ed altri dati succulenti previa accettazione da parte del cliente. Di fatto l’emendamento dava un po’ di respiro alla già poca privacy online in favore dei consumatori, ma il senatore Flake ha deciso che andava eliminata e così ha buttato giù anche l’ultimo muro a difesa della strumentalizzazione a scopo di lucro e della sorveglianza da parte di terzi dei nostri dati privati. 

Certo governo e ISP non sono gli unici a tracciare le abitudini dei cittadini, anche imprese private come Google raccolgono continuamente dati dagli utenti; ma con rilevanti differenze:

    - sono sempre richieste autorizzazioni (spesso disattivabili);
    - sono spesso associate a profili anonimi;
    - di rado vengono venduti per non agevolare la concorrenza.

Per molte aziende il cui campo di battaglia è il Web, la raccolta di dati è una delle poche fonti d’introiti e va tenuta segreta.
Qua da noi la situazione è inaspettatamente più sicura, sia grazie ad alcune direttive europee, sia per l’età delle norme nazionali, troppo vecchie per adattarsi a queste nuove dinamiche del mercato della privacy. Fai che la più recente è il decreto legislativo del 30/05/2008, 11 anni fa, cioè quando il Web era un posto diverso e i servizi non dipendevano direttamente dal comportamento dell’utente. Certo l’inesistenza di regole mirate non è mai un bene, ma la loro arretratezza è quasi un sigillo sulla libertà di azione dei provider. In Italia infatti c’è un grado di controllo abbastanza tollerante sulle loro attività, la legge ci dice che 

“La fornitura di prestazioni tecniche senza conoscenza del contenuto non può presumere la responsabilità dell'attore che ha fornito tali prestazioni” 

ovvero se l’utente fa qualcosa di sbagliato la colpa è sua, sia a livello penale che amministrativo; negli USA invece non funziona così e anche al provider sono attribuite responsabilità legali sull’utilizzo improprio dei servizi da parte degli utenti. E le conseguenze di questa differenza si sono già viste, anche in modo eclatante [5]. Ma il punto è che se la responsabilità degli ISP è vincolata a quella dei propri utenti è giustificato e necessario un mezzo per il controllo dei contenuti che questi utenti si scambiano. Tutto torna: in cambio di un aumento delle responsabilità, aumentano anche i poteri esercitati.
Se all’orizzonte del nostro mercato di telecomunicazioni non si vedono grandi riforme in direzione del modello americano, c’è però un fenomeno politico piuttosto recente che potrebbe non garantire in futuro lo stesso livello di privacy in rete che abbiamo oggi: la chiamano democrazia diretta online ed è stata partorita dalla piattaforma del Movimento5Stelle Rousseau. Al di là della politica mi interessa analizzare la piattaforma messa a disposizione dei cittadini, che si propone di fornire uno strumento telematico per: 

“la gestione del M5S nelle sue varie componenti elettive (Parlamenti italiano e europeo, consigli regionali e comunali) e la partecipazione degli iscritti alla vita del M5S attraverso, ad esempio, la scrittura di leggi e il voto per la scelta delle liste elettorali o per dirimere posizioni all'interno del M5S”

Bello, quindi alcune tra le più intricate ed elusive funzioni del governo saranno fruibili da tutti online? L’idea per adesso riguarda solo gli iscritti al Movimento, eppure la sindaca di Roma ha recentemente proposto l’utilizzo di un sistema simile a Rousseau anche per l’amministrazione capitolina, con cui, cito testualmente:
 
i cittadini romani avranno la possibilità di sottoporre una proposta al voto popolare e l’amministrazione sarà tenuta a metterla in pratica".

Ma poniamo che un giorno il sistema venga applicato su più ampia scala, ad esempio, alle elezioni politiche: garantire che ogni utente iscritto e votante sia effettivamente una persona reale e non un bot diventerebbe una priorità assoluta. E come potremmo garantirlo? Il controllo su Rousseau oggi avviene tramite documento d’identità, sistema decisamente non privo di falle, eludibile con un po’ di fantasia, Facebook e Photoshop; e un controllo una tantum sarebbe poco efficiente e facilmente manipolabile anche in tempo reale, in caso di votazioni. Un meccanismo veramente efficace, quindi, porterebbe inevitabili ricadute sulla privacy online e coinvolgerebbe i nostri amati ISP, gli unici che, grazie alla prassi in uso su internet della certificazione d’identità, sarebbero in grado di fare da incorruttibili garanti. E in breve tempo ci ritroveremmo in una situazione che tenderebbe ad assomigliare proprio allo scenario statunitense, senza CIA e compagnia chiaramente.
Oltre a riflettere su una proposta che sembra destinata a diventare argomento di referendum, e che lo è già nell’ultimo film con Emma Watson, possiamo iniziare a chiederci se l’utilità di una democrazia diretta sia sufficiente a compensare una limitazione della nostra sfera privata; per ora le reazioni ai comportamenti degli utenti iscritti a Rousseau è tutto ciò che abbiamo e può darci un’idea parziale: il Fatto Quotidiano pubblica spesso proposte fatte dagli utenti, mentre su altre testate affiora la parte più grottesca della community; per la votazione diretta dei candidati invece l’opinione pubblica è unita: l’annullamento di una votazione online da parte di Grillo ha destato sconcerto e perplessità, screditando tutto il sistema. Certo, l’episodio è più legato a dinamiche interne al Movimento, che al meccanismo della piattaforma, ma, di fatto, l’ha colpita. Poi tieni conto che la proposta della Raggi interesserebbe l’intera capitale e non solo gli elettori a 5 stelle.
Pareva semplice dopotutto, ma così mi sa che è meglio pensarci un altro po’.

 

, Federico Gambato

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