Damien hirst

Non puoi essere tu frate: ecco i motivi in un piccolo dizionario

Roberto Binetti 07\12\2015

Dal tempo in cui un uomo (non definiamolo ancora artista, rischiando di affrettare il passo) decise di collocare una latrina capovolta all’interno di una teca di cristallo tirata a lucido e di porre quest’ultima nel cuore di un museo, vestito anch’esso a festa, il mondo dell’arte ha ricevuto un sonoro schiaffo in faccia. 
O meglio, il modo di percepirla ha vissuto il proprio processo Ruby bis.
Non parlo di quel settore formato da una manciata di addetti ai lavori e dall’orizzonte chiuso della critica, ma mi riferisco a te che leggi. Tu che, di fronte a questi oggetti figli dell’altro ieri, sicuramente hai già sperimentato il brivido di soddisfazione all’affiorare di quel paio di parole infilzate una dietro all’altra: “questo avrei potuto farlo anche io!”.  Ed ecco servito un occhiello perfetto che riassumerebbe efficacemente la storia dell’arte degli ultimi ottant’anni in una manciata di luoghi comuni, serviti con una spolverata di perbenismo a piacere. 
Il critico e curatore di fama internazionale Francesco Bonami è riuscito pure a farne un libro con l’intento di far vivere l’arte contemporanea nell’occhio dello spettatore poco esercitato, utilizzando quello che viene definito un approccio “sincero e divulgativo”: una schifezza caratterizzata da una scrittura lacrimosa ad opera di un intransigente monarchico che guardandosi allo specchio si compiace del proprio aspetto, così democratico e sorridente, e che nel weekend si diverte mimare i gesti dell’anarchico sulle barricate. 
Questo tipo di interventi sono particolarmente dannosi soprattutto nel momento in cui rafforzano la distanza, che rischia di diventare abisso, fra referente e ricevente dell’operazione artistica: sorridono ammiccanti da un piedistallo critico che si è autoproclamato figlio della trasfigurazione del luogo comune di cui parla Arthur C. Danto, ma che in realtà adotta lo stesso becero punto di vista del Qualunquista (Botero è ridotto alla descrizione della massa lipidica che ha rappresentato; l’Arte Povera torinese troppo povera; Beuys, in qualche modo, troppo Beuys). 
Tentativo onorevole, ma poco riuscito perché si nutre della stessa retorica che cerca di combattere.
Ma allora perché questa arte continua ad avere mercato? Perché la Biennale di Venezia, così come la Triennale di Milano, sono diventate un evento sociale (ancor prima che artistico) in cui stuoli di visitatori si divertono, cellulare in mano, a scattarsi foto all’interno di queste installazioni apparentemente incomprensibili?

 

 

Consideriamo uno dei casi più eclatanti che ci sono offerti dopo Warhol e Koons: Damien Hirst.
L’artista inglese, membro della generazione ‘novanta’ degli Young British Artist possiede il fascino della merce, la sensualità del logo della Coca-Cola unito con l’iconicità di Dalì. Il Times è arrivato a definirlo come l’artista più influente del ventunesimo secolo, con un piede appoggiato nel ventesimo, in illustre equilibrio sopra i suoi predecessori.
Le sue installazioni, che catalogano mozziconi di sigarette, animali impagliati e scatole di medicinali, hanno un grandioso successo di pubblico, quasi mediatico, a tal punto che gallerie come la Saatchi di Londra sono arrivate a commissionare direttamente all’artista un ciclo di opere per attrarre sempre più visitatori in quello che era considerato un museo decentrato rispetto alle classiche, frequentatissime, Tates. 
Un vecchio andante diceva che le parole sono conseguenza delle cose, perciò evitando di scadere nella retorica del non/mi piace, cercherò di individuare alcuni termini chiave dell’opera di Hirst che possano spiegarne il successo e soprattutto perché, no, non lo potevi fare anche tu.

 

  • Pubblicità (l’esca). A partire dagli anni sessanta, l’arte ha assunto a pieno titolo la struttura della gigantesca operazione di marketing. Non parliamo di aura e di desacralizzazione, concetti che già Benjamin aveva categorizzato, ma di vero e proprio mercato: siamo coinvolti in un vero e proprio moto di produzione in cui abbiamo un produttore, un consumatore (a vari livelli di partecipazione, più o meno diretti) ed una serie di stocks. Hirst ha riconosciuto tutto questo, lo ha potenziato ed è stato il primo a pensare a come vendere il proprio prodotto attraverso l’appropriazione di tutti i meccanismi della pubblicità. Il tentativo più riuscito è sicuramente l’asta-happening che ha luogo nella sede Sotheby’s di Londra il 15 e il 16 settembre 2008, Beautiful inside my Head forever.  Costituì il primo eccezionale caso in cui un artista, pubblicizzando mediaticamente l’intero processo creativo, abbia venduto le proprie creazioni direttamente al pubblico, bypassando la tradizionale catena di rapporti esistenti all’interno del mercato. L’asta raccolse 111 milioni di sterline (quasi 200 milioni di dollari) facendo accorrere non solo galleristi, ma anche privati da tutto il mondo. La giornalista inglese Germaine Greer ha definito l’intera performance come la creazione di un vero e proprio brand da vendere senza filtri. Grazie a questa pubblicità maleducata, puoi dire di sapere chi è Damien Hirst.
  • Shock (l’amo). La mente stanca e l’occhio poco attento di noi spettatori dell’era dell’esasperazione e dell’abbiamo visto tutto, devono essere stimolati o, per meglio dire, colpiti. L’indifferenza è proprio il sentimento che l’artista vuole evitare, dai tempi in cui Michelangelo si incazzava con Raffaello, cercando con tutti gli strumenti possibili di sfidare il proprio pubblico. E’ quello che Hirst cerca di provocare, in modo nemmeno troppo sottile, nel 1992 quando durante una delle sue prime esposizioni, poco dopo aver vinto il premio Turner appende all’interno di una sua mostra, una foto in formato colossale di lui sedicenne che abbraccia una sorridente testa decapitata nell’obitorio di Bristol. Tentativo simile ha luogo con l’opera che è manifesto della sua poetica, The impossibility of Death in the Mind of someone Living in cui uno squalo tigre di oltre 5 metri viene posto all’interno di una teca di formaldeide: la reazione del visitatore, che arrivato di fronte all’installazione sobbalza di fronte ai denti dell’animale rivolti verso il suo viso, costituisce la vera e propria operazione concettuale, l’opera artistica sperimentata sullo spettatore.

    Ecco, ora ha la tua attenzione.
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  • Debolezza (l’increspatura sull’acqua). Quello che incomincia a scavare ad un livello più profondo della tua sensibilità, scossa solo superficialmente da un’emozione che viene ridimensionata dopo pochi minuti, allo stesso modo in cui hai agito ascoltando il tema di Profondo Rosso, è altro. In opere come Infinity, un immenso armadietto a specchio nel quale sono disposte tutte le medicine reperibili in forma di pillola, oppure Crematorium, un posacenere del diametro di otto piedi riempito di sigarette, Hirst cataloga le debolezze dell’uomo moderno: la sua pretesa di essere infinito che cerca di occultarne il lato più fragile ed ipocondriaco.
  • Religione/Morte (la pesca o il sugo della storia). Ma il sottofondo comune che percorre tutta l’opera dell’artista inglese è l’ossessione rivolta al tema escatologico. Solo che la tensione di morte rappresentata da Hirst ha veramente poco di freudiano, quanto più cerca di sublimare una comune paura, la morte, ed una abbastanza comune risposta, la religione attraverso immagini che sono estremamente efficaci e penetranti. Le 1500 farfalle morte disposte a formare un rosone gotico in The most beautiful thing in the world, hanno la finalità di dare vita a quel sentimento di caducità che costituisce una sintesi onesta di ciò da cui tutti siamo più intimamente toccati: la tessitura geometrica incanta l’occhio al pari dell’operazione concettuale creata dal titolo stesso.  Infine ha levato la polvere che formava quel velo di comode consapevolezze nel quale eri arroccato.

 

 

, Roberto Binetti

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