Perchè Dada importa ancora dopo 100 anni

Dubita sempre, dubita di tutto

Roberto Binetti 11\10\2016

I compleanni e le ricorrenze sono sempre qualcosa di importante e cruciale: lo ha ben presente la tua gafi quando ti dimentichi di farle gli auguri per il mesiversario/trimestriversario/genetliaco/730 e dichiarazione dei redditi. Situa pesante. 
Sarà perché le occasioni che davvero importano, o giudicate tali, mettono sempre un po’ di fiato sul collo, trasformando la solita partita a scacchi giocata su numeri e ricatti in un soffertissimo collo di bottiglia. Ma l’origine vera di questo impeachment perpetrato nei tuoi confronti non è il numero in quanto numero. Il tutto si risolve in una dialettica (e tu che leggi sai quanto a noi di Neun piaccia la dialettica) fra ciò che è giusto dimenticare e ciò che invece va salvato ricordandosene: ne consegue che alcune cose sono più importanti di altre (non dirlo alla gafi, mi racco), ma non in quanto tali, ma per il bisogno che il frate sente di attualizzarle, di renderle presenti.

Alcuni numeri comunicano, acquistano dimensionalmente un peso, altri invece no: ne faccio una questione di salute mentale e soprattutto sociale, come diceva un tipo che a me pare proprio a posto (FKA Paul Ricœur). Non si può ricordare tutto e non fa bene ricordare tutto, nemmeno quando si parla di processi culturali. Non ne voglio fare nemmeno una questione di società liquida o di società dello spettacolo, perché mi sembrano metafore un po’ logore, passate di mano in mano per troppo tempo. Ne faccio una questione di salute, riconoscendo cosa realmente ha contribuito a vedere come guardiamo l’arte, ma banalmente qualsiasi altro prodotto culturale. Anche quella foto da imbruttito che hai appena caricato su Facebook.

6 ottobre 1916: un gruppo di artisti europei si incontra a Zurigo, nel Cabaret Voltaire. Sono Tristan Tzara (un tipo un po’ scuro, arrivato dalla Romania, con la passione per la rima difficile), Hugo Ball (un frate un po’ schierato contro quei filosofi che si dichiaravano detentori della Verità ultima; altra fatto degno di nota è il suo scritto teatrale dedicato interamente al naso di Michelangelo) e Hans Richter. Si incontrarono insieme ad altri artisti con l’intento di fondare un nuovo movimento che portasse l’arte a reagire di fronte agli orrori della prima guerra mondiale e soprattutto ad interrogarsi in merito alla possibilità e alle ragioni per cui bisognerebbe continuare a fare arte in un periodo di crisi profonda. Ecco la prima domanda che possiamo attualizzare, frate.
Decisero di chiamare questo nuovo movimento Dada, scegliendo una delle prime parole imparate da un nobambi russo (notoriamente i nobambi russi sono molto positivi, per cui li sentirai mai dire no, in barba ai padri del nichilismo da Turgenev a Gončarov): il progetto era fondamentalmente quello di lavorare sul linguaggio, riconosciuto come sede principale di qualsiasi rapporto di comunicazione.

Dall’altro lato, svilupparono una riflessione sui linguaggi dell’arte, attuando uno dei primi importanti mescolamenti, confondendo le carte in tavola, attraverso un approccio anarchico, assurdo e aggressivo nei confronti dei limiti imposti dall’etichetta e dalla specializzazione: tutti possono fare tutto (o almeno provarci) in qualsiasi campo. Per la prima volta un quadro non è più un quadro ma può diventare parte di un ready-made, di un happening o di un ballet, di un manifesto o di una scultura: in questo senso, le possibilità di comunicazione vengono profondamente ampliate non solo internamente, ma anche esternamente. A questo si aggiunge l’utilizzo di materiale povero, dello scarto, della spazzatura a cui viene ridata vita attraverso quel processo, che piacerà tanto anche ai surrealisti della crew-Breton, definito da Marcel Duchamp detournement. Riattivare spazi, oggetti e linguaggi attraverso un’operazione decontestualizzante che fosse in grado di rimettere in discussione le quattro sicurezze di cui ci facciamo carico ogni giorno. L’arte diventa un modo di rimettersi in gioco attraverso il linguaggio e questo è il secondo nodo di senso della nostra modernità che possiamo ricavare da Tzara e soci. 


“Qualunque cosa dico sia arte, allora è arte” si ripeteva provocatoriamente il nostro Marcello. La provocazione di Duchamp può insegnare ad essere anche un po’ nichilisti, o meglio sospettosi nei confronti non solo limitatamente all’arte, ma di fronte a qualsiasi cosa ci venga raccontata, ancora una volta, attraverso un processo di comunicazione (Duchamp come quarto maestro del sospetto, ndr ancora e sempre Paul Ricœur): se infatti tutto è arte, allora nulla è veramente arte. Ok, forse la sto facendo troppo filosofica, ma cerca di seguirmi: ci hanno insegnato e continuano a insegnarci che l’arte è quella cosa da osservare nel museo a debita distanza, circondata da un’aura (fondamentalmente la teca di vetro/transenna), come ciò che vada rispettato in quanto prodotto di una qualche forma di sublimazione di qualcosa che deve rimanere separato rispetto a tutto ciò che arte non è.  Le avanguardie, ed in senso estremo il Dadaismo, mettono profondamente in discussione questa logica dello spazio e dell’orto chiuso in se stesso, del metro cubo di infinito. Noi cerchiamo di dirtelo da qualche tempo: dubita di tutto, dubita sempre (anche di questi articoli).
Insegnano ad essere critici rispetto a tutto ciò che ci venga presentato come assunto, a problematizzare e domandarsi banalmente perché.

, Roberto Binetti

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