Cocaina in viaggio tra Narcos e 'Ndrangheta

Tutto quello che c'è da sapere sulla sua tratta- e su quanto ne siamo coinvolti

Davide Enriotti 24\11\2017

 In Europa nevica sempre più cocaina e ad inondarne le strade è la ‘Ndrangheta, vera monopolista del traffico di coca nel vecchio mondo. Perché quando si tratta di associazioni criminali, abbiamo solo che da insegnare. Londra, Milano, Amsterdam, Anversa, Barcellona, Zurigo, Parigi, Bruxelles, Dortmund sono le maggiori piazze di consumo, e solo l’anno scorso 3.4 milioni di cittadini europei hanno fatto uso di cocaina. Stupisce come un’associazione criminale relativamente giovane sia riuscita ad assumere il monopolio del traffico di cocaina europeo, in così poco tempo. La rapida scalata al potere della criminalità calabrese è stata resa possibile dal declino di Cosa Nostra che, a partire dagli anni settanta, è stata ridimensionata dalla magistratura italiana a suon di sentenze. Da quel momento si aprirono grandi spazi nel settore che le consentirono di espandersi ed invadere il mercato europeo con tonnellate di cocaina colombiana, sfruttando i contatti diretti con gli eredi di Pablo Escobar e del Cartello di Cali.

I narcos colombiani
Le cose sono cambiate rispetto al secolo scorso. La ‘Ndrangheta si è fatta multinazionale e collabora con più associazioni criminali, mentre il narcotraffico colombiano ha cambiato forma dopo la caduta dei superpotenti monopoli di Medellin (1993), di Cali (1998), di Norte del Valle (2012) e de la Costa (2010). Oggi non c’è DEA che tenga in Colombia, per sgominare il sistema non è più sufficiente tagliare la testa all’Escobar di turno. Sì perché l’intera linea produttiva di cocaina non è più controllata da grandi organizzazioni gerarchizzate e territoriali come per esempio il Cartello di Medellin, ma da nuovi gruppi più piccoli e specializzati che si spartiscono il controllo dell’intera catena produttiva. Investimenti, produzione, trasformazione ed esportazione sono diversificati e controllati da molteplici attori che, nel caso in cui i collegamenti venissero meno alla rete, sarebbero facilmente sostituibili. I narcos colombiani mi ricordano l’assolotto, una rara salamandra messicana acquatica che è in grado di rigenerare arti, polmoni, midollo spinale e parti del cervello per continuare a vivere e a sguazzare nel fango, con la sola differenza che i narcos non sono in via d’estinzione, anzi. Al momento si contano sedici cartelli in Colombia, tra cui il più potente è il Clan Del Golfo che dispone di 1200 affiliati. La ‘Ndrangheta, invece, ne ha 60.000 sparsi per il mondo.

La guerriglia e le coltivazioni di coca
Tra le umide e rigogliose selve tropicali colombiane si aggirano guerriglieri e paramilitari che controllano grandi porzioni di territorio, incluse le piantagioni di coca. El Ejército de Liberaciòn Nacional (ELN) e Las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC) sono le due principali forze sovversive del paese. Proprio le FARC in alcuni luoghi trattavano con organizzazioni criminali al fine di autofinanziarsi e sostenere il controllo delle popolazioni, offrendo sicurezza e capacita’ di resistere alla presenza dello Stato. Ma le FARC non sono proprio l’interlocutore ideale. Contano su 17 mila membri, dal 1967 sono in guerra con lo stato colombiano a difesa degli oppressi ed in nome di ideali marxisti-leninisti, impongono una tassa a qualsiasi privato che possieda più di un milione e sia residente nei loro territori.. narcotrafficanti inclusi: il pagamento per il lavoro dei contadini, la tassa sulle loro attività legali e la imposta “per la pace”. L’anno scorso, però, è stato concluso un trattato di pace tra il governo colombiano e le FARC con l’obiettivo di porre fine alle sue attività e di cessare le ostilità. Ma una minima parte contraria al patto ha continuato la sua azione, mentre le terre rimaste libere sono attualmente contese da diverse formazioni paramilitari e guerrigliere che lottano per prevalere (tra cui l’ELN) l’una sull’altra. Intanto le coltivazioni di coca continuano a produrre, i canali di traffico sono aperti, i narcos acquistano la materia prima, la trattano e la vendono ad altri cartelli che la esportano per soddisfare i mercati più redditizi: Stati Uniti ed Europa. Ma a differenza di Medellin, Cali o Valle Del Norte, non sono più loro a venderla al dettaglio.

Rotta verso gli Usa
A causa dei vuoti di potere lasciati dalla caduta dei grandi cartelli colombiani che esportavano verso gli Stati Uniti, i cartelli messicani di Sinaloa, di Las Zetas e del Golfo si sono sostituiti ai colombiani, arrivando a monopolizzare il traffico verso nord, ed entrando in affari con le 5 famiglie storiche di Cosa Nostra a New York: Gambino, Banano, Lucchese, Genovese e Colombo. Ma l’anno scorso, a seguito dell’arresto da parte dell’FBI di numerosi esponenti di Cosa Nostra americana, la ‘Ndrangheta statunitense ha visto crescere la sua influenza nel traffico di cocaina dal Messico, in particolare con i clan dei Comisso, degli Aquino-Coluccio e degli Ursino di Gioiosa Ionica. La collaborazione con i cartelli messicani non viene soltanto dagli Stati Uniti, ma anche direttamente dall’Italia, come dimostrano i rapporti tra il boss ‘ndranghetista Rocco Morabito (aka “il re della cocaina”) e il noto boss del cartello di Sinaloa, El Chapo. Star di Netflix, protagonista di racconti, documentari, canzoni, film e serie tv. Stiamo a posto. Con i messicani a nord e la chiusura della tratta verso il principale mercato mondiale, i narcos colombiani hanno dovuto rafforzare la propria presenza nella rotta africana e in quella europea, trovando nella ‘Ndrangheta il partner ideale.

Perché la ‘Ndrangheta
Che tu sia un narcotrafficante colombiano, messicano, peruviano, un paramilitare o un guerrigliero, non vorresti altro compratore al di fuori della ‘Ndrangheta, in particolare modo se vuoi raggiungere il secondo mercato mondiale per consumo di cocaina: l’Europa. Questa “amicizia” si fonda sul modo d’essere dei calabresi, i Narcos preferiscono fare affari con loro perché “garantiscono impeccabilità e invisibilità, altro che siciliani e Camorra”. Le ‘ndrine infatti hanno imparato a dosare il sangue dai morti di Cosa Nostra, perché, come spiega il procuratore Antimafia di Catanzaro Salvatore Curcio, la ‘Ndrangheta “non ammazza mai per il gusto di farlo. Uccide solo se è funzionale al suo business”. L’opposto dell’approccio “plata o plomo” di Escobar. Persino El Chapo ha speso buone parole per i trafficanti calabresi, definendoli soci "affidabili perché hanno una grande durezza, più dei colombiani o dei peruviani in genere," come ha riportato il magistrato antimafia Nicola Gratteri. D’altronde il sistema ‘Ndrangheta riesce a far entrare in Europa tonnellate di cocaina, con perdite minime. Ma cosa ancora più importante, l’assenza di pentiti rende i suoi uomini soci affidabili e discreti, infatti i calabresi sono quasi immuni al fenomeno del pentitismo perché le alleanze tra cosche si fondano su legami di sangue. É meglio chiederci perché la ‘Ndrangheta preferisca i cartelli colombiani, piuttosto che viceversa.

L’affare del secolo
Perché i colombiani? Perché la Colombia è prima per commercializzazione internazionale e lavorazione della materia prima, seguita da Perù e Bolivia. Ma cosa più importante, il prezzo al chilo è bassissimo. Nella selva colombiana un chilo di foglie di cocaina vale 2014 pesos, 0.78 centesimi di euro. Il prezzo medio di un chilo di pasta di coca è 735 euro, che diventano 1020 euro quando si ottiene la cocaina. La ‘Ndrangheta la acquista anche a 1200 euro al chilo e la rivende a 35/40 mila euro in Europa e Stati Uniti, trovando nelle associazioni criminali albanesi, nigeriane e americane, gli acquirenti perfetti. Con un guadagno 30 volte superiore rispetto all’investimento, è facile capire come il traffico di cocaina costituisca per i clan calabresi il grosso delle entrate annue (66%), che si aggirano intorno ai 55 miliardi secondo le ultime stime. Ma tra l’acquisto e la distribuzione c’è di mezzo di mezzo una figura importantissima, oltre che un oceano. Come fa la ‘Ndrangheta a garantire la trattativa e a far entrare la cocaina in Europa?

Broker e corruzione
La figura del Broker è essenziale a questo scopo. Lavorano per le ‘ndrine e curano i rapporti con le organizzazioni paramilitari e i cartelli colombiani, spesso consegnandosi in ostaggio come garanzia per gli acquirenti fino alla conclusione delle trattative. Soggetti come Giuseppe Mercuri, che lavorava per conto delle ‘ndrine del vibonese, legate alla potentissima famiglia dei Mancuso di Limbadi. Ma spesso non c’è neanche bisogno di un broker per via della credibilità e della serietà che la ‘Ndrangheta dimostra di possedere agli occhi dei narcos, tanto che i loro rapporti continuano indisturbati da tre decenni. La figura del broker, quindi, rappresenta il tramite tra cosche e narcos, ma l’elemento essenziale è un altro: la corruzione. Corrompere le Forze Armate e la polizia è una condizione necessaria affinché possano transitare i prodotti chimici necessari per la fabbricazione, e perché la cocaina possa essere trasferita ed esportata oltreoceano. Ma i tentacoli dei narcos non si limitano alle forze dell’ordine e ai paramilitari, percorrono tutte le gerarchie politiche fino al parlamento. Sembra quasi che abbiano imparato da noi.

Il viaggio oltreoceano
Il numero dei sequestri ci dice che la navigazione è preferita a qualsiasi altro trasporto, mentre l’aereo costituisce una minima percentuale per ragioni di controlli e capacità. D’altronde con un container puoi trasferire chili e chili di cocaina, mentre i cosiddetti “muli”, prendono il volo con massimo due chili di polvere bianca nello stomaco. La cocaina, dunque, comincia il suo viaggio dai porti del Sud America lungo due tratte fondamentali. Può salpare dalla Colombia per andare verso nord e seguire la rotta del cosiddetto Corridoio dei Caraibi, attraverso le Antille Olandesi e le Canarie spagnole. Oppure può seguire la rotta più importante, quella atlantica: la cocaina naviga verso l’Europa a bordo di navi cargo che partono dai principali paesi sudamericani come Brasile, Argentina, Ecuador, Venezuela, in particolare da porti come Cartagena in Colombia, Puerto Limòn in Costa Rica, Guayaquil in Ecuador. Conclude il suo viaggio approdando nei principali porti Europei, situati nella penisola iberica, del Nord-Europa e nei paesi del Mediterraneo come Italia e Turchia. I porti più utilizzati rimangono quello di Rotterdam e di Gioia Tauro in Calabria: l’olandese è il primo porto europeo per quantità di merce, ma il calabrese è la porta della cocaina per l’Europa intera a causa della sua posizione strategica sulla rotta tra il Canale di Suez, la Calabria e lo Stretto di Gibilterra. Fortuna e rovina di se stesso, il porto di Gioia Tauro è il tavolo preferito delle ‘ndrine che da anni importano cocaina servendosi di corruzione e di società di import/export intestate a teste di legno.

Rotterdam e Gioia Tauro
Rotterdam è il fiore all’occhiello del sistema mercantile olandese, e allo stesso tempo il pilastro del narcotraffico calabrese. Tra il 20-50% della cocaina entra in Europa passando da qui. La facilità con cui i container di cocaina passano inosservati è dovuta a una semplice questione di numeri: nel 2013 nel porto di Rotterdam sono stati movimentati oltre 11 milioni di container, ma solo 50 mila sono stati controllati. Sostanzialmente c’è una possibilità su 220 di trovare una partita di cocaina nascosta tra doppi fondi, sacchi di frutta e merce di ogni tipo. Controlli fin troppo modesti. La situazione è pressoché identica a Gioia Tauro, anche se i controlli sono più pressanti: infatti, come ci spiega il collaboratore di giustizia, cognato del boss Mico Molè, ad un certo punto si è deciso di fare arrivare i carichi anche al porto di Genova “perchè a Gioia Tauro i controlli erano spaventosi e si perdeva troppo”. Ma Genova non è certamente l’unica, vengono utilizzati anche i porti di Civitavecchia e Livorno, oltre che quelli di mezza Italia con i suoi 8500 km di costa. Ma Gioia Tauro rimane comunque fondamentale per la posizione e la vicinanza alle ‘ndrine. I container mobilitati sono 3 milioni all’anno, e per ogni container ispezionato, nove giungono a destinazione. Per controllare un container ci vuole un giorno, mentre, secondo l’Europol, i trafficanti impiegano 3 minuti per aprirne uno e recuperare una partita di 100 chili di cocaina. La ’Ndrangheta, infatti, possiede uomini nei porti di partenza e di arrivo, non appena la merce giunge a destinazione le squadre di recupero si mettono in azione (spesso composte da dipendenti di società del porto in mano alla ‘Ndrangheta) e consegnano il carico agli emissari delle cosche. Una volta arrivata in Italia, la cocaina viene distribuita a Cosa Nostra, Camorra e Sacra Corona Unita, oltre che ad associazioni criminali russe, serbe, albanesi e montenegrine. Le famiglie calabresi più coinvolte e più potenti del narcotraffico mondiale sono le seguenti: Molè, Piromalli, Pesce, Mancuso, Aquino, Coluccio, Barbaro, Agresta, Sergi, Marando, Nirta, Strangio, Pelle, Vottari, Morabito, Bruzzaniti, Palamara, Cua-Pipicella, Maesano. La globalizzazione si è rivelata il moltiplicatore di ricchezza più incisivo e diseguale della storia dell’uomo, realizzandosi, oltre che sul piano economico, anche su quello criminale. La ‘Ndrangheta e i narcos sono la prova di come il narcotraffico sia sempre più sofisticato, remunerativo e mondiale, ma allo stesso tempo in grado di adattarsi facilmente ai cambiamenti, cosa resa ancor più facile dalla timida azione di repressione. Pensare di combattere un fenomeno globalizzato esclusivamente con un’azione di contrasto locale è pretenzioso oltre che assurdo, ma purtroppo non c’è la volontà politica per organizzare una risposta adeguata e coordinata a livello globale. Il vero problema è che la nostra società è abituata a perseguire piuttosto che prevenire, a curare le dipendenze piuttosto che intervenire concretamente nei luoghi di produzione, ad arrestare i pusher di strada piuttosto che concentrarsi sui grandi distributori. Questa è la ragione del successo della ‘Ndrangheta, consacrazione come multinazionale del crimine. Perché ricordiamoci bene che la storia e il successo della mafia sono il fallimento dello stato, in questo caso “degli stati”. La piovra così è libera di avvolgere i cinque continenti fra i suoi tentacoli, di collaborare con le organizzazioni criminali più potenti al mondo, di corrompere stati e militari.. preferisce parlare spagnolo, ma conosce oltre 40 lingue.

, Davide Enriotti

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