Cindy Sherman fa selfie più brutti dei tuoi

Che poi è un po' la differenza fra le foto che ti fai ar-cesso e l’arte

Roberto Binetti 23\06\2016

Il vero artista anticipa i tempi, ma solo parzialmente. Nella maggior parte dei casi è solo il protagonista di una colossale botta di culo. Questo assunto è tanto più vero quando si parla di arte contemporanea, capace di mettere in crisi lo spettatore medio così come il critico del giovedì sera. Il problema che ritorna in questo frangente riguarda lo statuto di cosa sia arte, di che tipo di esigenze e di aspirazioni abbia nel nostro relativo presente o in un giovane passato: colossali cazzate. Il vero problema di indagine di questo campo ha più a che vedere con un abbraccio troppo stretto con ciò di cui si parla, fatto che non ha permesso la creazione di un indottrinamento a livello scolastico, non ha reso possibile la creazione di un canone fisso al quale fare l’occhiolino e al quale riferirsi puntando il dito con soddisfazione. La conseguenza, altrettanto interessante, di questo movimento risiede proprio nell’estensione del diritto di parola al non esperto, al non indottrinato, al neofita pieno di certezze. La più grande creazione dell’arte contemporanea da Pollock in poi sta appunto nell’aver aperto i cancelli di un giardino segreto che produceva solide certezze, adibendolo alla nuova funzione di piazza aperta dove ognuno può accedervi anche con il contributo minimo di un luogo comune o di una banalità.

L’arte si è fatta in qualche modo trasversale per un pubblico a cui è permesso di esprimersi pur rimanendo orizzontale, da sdraiato. Esistono artisti che hanno saputo intercettare molti anni prima le tendenze di questo pubblico sdraiato, capaci di indovinare la parabola di quello che faremo e di quello che ci interesserà: penso che anche questo sia un modo di fare arte attraverso una componente etica. Rimane comunque il grosso punto interrogativo sulla botta di culo. Uno degli artisti a cui mi piace pensare in questo senso è Cindy Sherman, americana e vecchia come la guerra del Vietnam. Abbandona presto pennello e colori in quanto è convinta che non ci sia più nulla da inventare, che la pittura ormai sia ridotta ad un meccanico atto di copiatura (la realtà dei fatti è che a quanto pare non fosse un mostro sacro dei colori a olio) e incomincia a fotografare. La cosa più interessante di queste fotografie è che fin dai primi scatti in serie, che sono da collocare verso la metà degli anni Settanta, l’unico soggetto è lei stessa.

Sin dagli inizi l’obbiettivo è sempre puntato contro se stessa proprio come fai tu quando ti scatti un selfie con la bocca a culo di gallina. La differenza che rende lei un’artista e te un millenial dallo scatto facile sta nel fatto che i suoi scatti sono volutamente orrendi. Mostrano il corpo di fronte allo specchio nel suo stadio più degradato e per questo fottutamente più umano di qualsiasi bugia che ci raccontiamo di fronte a quello specchio che ci portiamo nella tasca dei jeans. In una delle prime serie Untitled Film Stills, nella quale si autoritrae come protagonista di film mai girati, cerca di farsi altro vestendo i panni di attrici che ricordano Marylin Monroe, Anna Magnani e Sophia Loren. Sviluppando questa idea centrale, negli anni tende a lavorare maggiormente sul proprio corpo deformandolo (come in Sex Pictures Series, in cui l’artista diventa oggetto di “desiderio gonfiabile”), deridendolo (come negli History Portraits in cui si tramuta in una Fornarina/Bacchino malato super kitsch) oppure occultandolo fino all’auto-distruzione ( in Disasters serie, l’opera forse più riuscita nella quale la propria presenza viene nascosta fra lamiere, terra smossa o occultata nel riflesso di una lente di un paio di occhiali rotti).

Con questa grande intuizione Cindy Sherman lavora sul proprio corpo anticipando quella che è diventato il selfie e contemporaneamente lo fa lavorando sulla propria identità senza alcun tipo di filtro se non quello del non-senso e della bruttezza. Per questo è un’artista, perché in questo modo è diventata una “maestra del sospetto”, anticipando di parecchi anni quello che avremmo fatto della nostra immagine nell’epoca social. E poi, poi c’è James Franco che ripropone oggi Cindy Sherman attraverso una sua interpretazione dei Film Stills nei quali è inaspettatamente il protagonista. Questo illustra bene, secondo me, la differenza esistente fa le fotografie che ti scatti ar-cesso e l’arte.

, Roberto Binetti

Lascia un commento all'articolo