Gli album del 20k15 che forse vi siete persi forse Vol II

Jazz, metal e post-rock a questo giro

Federico Gambato 21\02\2016

JAZZ

Mockroot - Tigran Hamasyan

Un’ottima alternativa al The Epic (leggi sotto) del sassofonista Kamasi Washington –ultimo riferimento per la scena, è "Mockroot", gioiello del pianista armeno Tigran Hamasyan. Un capolavoro unico nel suo genere, se ne è certi dal primo ascolto. Reduce da allenamento tecnico e stilistico, Tigran ha aperto uovi sentieri inesplorati dal jazz moderno. Si nota l’abilità del musicista nell’incontro tra scatti avanguardistici, passi più classici e liriche folkloristiche. La vetta dell'Olimpo del jazz è precocemente meritata.

Voto 8/9 

Dumb Nirvana - Jaze Baqti

Il tag "jazz" nella pagina Bandcamp di Jaze Baqti è alquanto ironico. La simbologia dei suoi lavori infatti è indecifrabile e ne rende ardua la categorizzazione. "Dumb Nirvana" è il migliore dei cinque lavori pubblicati quest'anno dall'artista francese, che, fin troppo sconosciuto, sembra non essere turbato dal lavoro nella penombra. Tanto che ogni volta cambia le carte in tavola. Forrest Gump definirebbe la sua discografia "come una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita". Eppure l'esordio di "Dumb Nirvana" è ciò che ogni amante del jazz si aspetterebbe, o almeno per i primi 30 secondi di "Spreadin' Rhythm Around". Dopo un incauto break apre ad una base reggae glitchata, spavalda ed elettronica, da cui si srotolano progressivamente interruzioni e variazioni ritmiche molto poco tradizionali. Un lavoretto talmente ritagliato da non lasciare grande spazio all’analisi, ma che ci spinge verso i suoi altri lavori. Appena un dollaro a disco, un affare.

Voto 8+ 

Stretch Music - Christian Scott

Christian Scott è l'atra faccia del panorama jazz. Mentre il pubblico ha seguito la corrente fusion più vicina agli schemi classici, "Stretch Music" di classico mantiene solamente lo stile americano del trombettista. L'inarrivabile "Anthem" di qualche anno fa ha come prosciugato la vena creativa alternativa che lo ha reso famoso. Ma il disco rimane valido, alternando a fasi piatte ("Perspectives") altre flebili e distensive, fino allo sprizzante e vitale "The Last Chieftain".

Voto 7/8 

The Epic - Kamasi Washington

La frenesia suscitata da questo disco è di quelle rare, ma ben giustificate. Più che un album The Epic è una raccolta di situazioni musicali diverse ma classiche, brave ad accontentare una grande fetta di ascoltatori. E' questo il motore che in breve gli ha permesso di smuovere le classifiche di tutto il mondo, consegnando a Kamasi Washington il titolo di jazzista del 2015. Ma forse ad un ascolto attento, qualcuno si ricrederebbe.

Voto 7.5

 

METAL

Alien - Psygnosis 

The Ark Work dei Liturgy rimane la guida della ventata di novità che ha attraversato i sottogeneri del Metal quest’anno. L’abbandono della tradizione vocale ha infatti lasciato campo aperto ad un’espressività, di cui anche i We Lost The Sea sono un buon esempio. Colpiti dalla stessa perdita del cantante ma per motivi meno tragici i Psygnosis sono gli ultimi arrivati della categoria progressive metal più sperimentale. Aalien emerge dalle strumentali e dai primi lavori della band. Di "Sublimation" in particolare. L'EP suona come un riciclo più efficace e gradevole di quest’ultimo, per un pubblico meno abituato al growl, ma non solo. Il contorno ritracciato a ispirazione classica viene spalancato sulla modernità dal contrabbasso. Sebbene le due sole tracce che compongono il disco rendano il compito più semplice, forse, involontariamente, ne restringono anche l'espressività. Non sono molti i gruppi del genere a trovare fortuna con un’apertura elettronico/classica, ma gli Psygnosis, con le spalle coperte dai Sunn O))), vincono l’azzardo. Gli scatti poliritmici sono implacabili e scanditi da una portentosa drum machine. Tacitamente sperato ma inatteso, il breve assolo di chitarra svanisce frenato da un breakdown che sfuma in folkloristici bisbigli. Una mezza sorpresa che merita più di un ascolto.

Genere Progressive Metal

Voto 8.5 

...Comes to an End - Drewsif Stalin's musical Endeavors 

Il prodigio delle 7 corde Drewsif Stalin di Baltimoraè anche un buon capo branco. Più che una band, la sua, somiglia ad una start-up in cui il CEO guida il team in santuari densi di poliritmi, doppi pedali ed epici growl. Un disco elegante e mai lineare, in cui non prevale alcuno strumento in particolare, né una direzione ritmata ben definita. Ogni traccia sfocia in ambienti differenti, dall’intro più oscuro e scandito agli intermezzi classici. Una vera sorpresa, la maturazione definitiva di un ensemble che, nonostante l'apertura limitata alla nicchia a cui appartiene, ormai le ha viste tutte.

Genere Progressive Metal

Voto 8+ 

Vegfer Tìmans - Dynfari 

Ecco i neo membri della confraternita oscura del metal nordico per eccellenza. Nonostante questa pesante responsabilità, i Dynfari sciolgono i vincoli della tradizione. Le terre islandesi da cui provengono sono spesso musicalmente associate ai canti aurei di Bjork come pure gli acuti cristallini di Sigur Ros. Ma il buio affligge anche i ghiacciai islandesi, ed i geyser sotterranei, era questione di tempo, sono risaliti in superficie. Eppure, il fattore determinante che mi ha spinto all'ascolto dell'album non è stato la loro non appartenenza alla scuola black metal svedese, ma il curioso tag "Imola" trovato su bandcamp della cui origine tutt'ora rimango allo scuro. Vegfer Tìmans suona sin dai primi accordi crudele e malinconico, non una novità del genere in questione, ma le liriche essenziali, come sibili freddi, sovrastati da un maestoso e straziante growl ne caratterizzano definitivamente l’anima. La bellezza di quest'opera è passata in secondo piano solamente a causa del già citato "The Ark work" che quanto a originalità vede prostrarsi umilmente Vegfer Tìmans.

Genere Black Metal

Voto 8.5 

Till theEnd - Phinehas 

La meritata pausa dopo l'eccellente "Thegodmachine", uno degli album metalcore nella teca degli alla stars, ha affinato lo stile e soprattutto la tecnica dei Phinehas, non sempre abili nel riproporre live ciò che riesce in studio. Till the End smussa i tratti heavy di "The Last Word is Yours to Speak" e profana le ormai noiose liriche religiose dei lavori precedenti. Ma i sermoni del vocalist ad inizio live non ne faranno sentire la mancanza, non preoccuparti.

Genere Christian Metalcore

Voto 7.5

Perdition - It Prevails 

Come per i Phinehas, "Perdition" ripercorre schemi antecedenti, un tributo  a "The Inspiration" (2007). Nonostante lo sforzo sia più incentrato su liriche e ritornelli melodici, il risultato non è da ignorare.

Genere Metalcore

Voto 7.5 

Ascolta anche

Coward - Haste The Day

Genere Christian Metalcore

Voto 7+ 

The Ark Wark - Liturgy

vedi qui

Genere Avant-guarde Black Metal

Voto 9

POST-ROCK

Departure songs - We Lost the Sea

Cambio di rotta per l'ensemble autoproclamatasi "cinematic instrumental band". I We Lost the Sea spaccano nuovamente le classifiche internazionali, padroni quasi indiscussi del confine tra post-rock e post-metal. "Departure Songs" evoca, sin dal primo ascolto, un'armonia di chitarre melodiche e rassicuranti, lontana dall'aggressiva e talvolta tetra voce di "The Quietest Place on Earth". Il cambio essenziale, d'altronde, è stato inevitabile, a causa dalla morte del vocalist Chris Torpy. Dunque una nuova partenza, dalla destinazione molto chiara. Ripercorrendo freneticamente strade aperte da padri fondatori come GY!BE e Mogwai, il disco porta con sé un bagaglio arricchito e ricercato (impreziosito dalla presenza al tour dei nipponici Mono). Un bagaglio che è modello fluido dell’osmosi tra le due fazioni, quella del post-rock e quella del post-metal, destinate ad una lenta ed inevitabile intersezione stilistica. In tal senso "A Gallant Gentleman" getta acqua sul fuoco del post-metal, non lasciandone apparentemente alcuna traccia. Rimane una brace dai toni intensi e ritmati, sorella di "Red Forest" dei These Trees Could Talk e del nuovo lavoro dei "Caspian". Breve la prima traccia sfuma i titoli di testa, introducendo "Bogatyri", un rassicurante overture, che dopo appena qualche giro di chitarra esplode in un vortice emozionante, epico e fragoroso. Un crescendo. È la nota digitale del disco, un apice che si raggiunge anche nel quarto d’ora di "The Last Dive of David Shaw", che ci accompagna al fragore finale dei due movimenti di "Challenger". "Flight" è la parte la più corposa, con immancabili spoken words e un intro ancora più ambientale. In ventitré minuti solleva un polverone di riff sofferti e dalle lunghe scalate armoniche. "A Swan Song" segnala il traguardo imminente, con brevi ringraziamenti al pubblico. Il successo dell'album è indubbiamente legato alla gavetta degli anni passati e con l'esperienza accumulata nei live. Come una reazione chimica lenta ma esplosiva, "Departure Songs" è il reagente perfetto per volare in vetta alle classifiche musicali e personali. Da ascoltare con le cuffiette.

Genere Post-Metal/Post-Rock

Voto 9 

Tùman - 7.9 

7.9 è una neonata ensemble di San Pietroburgo. Dalle poche informazioni disponibili in rete non sembrano prendere troppo sul serio la carriera musicale, forse vista come un passatempo. "We make music how we feel it" è infatti l'unico e breve motto di presentazione. Ben più serio è il verdetto per nulla immediato sull'album, "Tùman" segue fedelmente la corrente post-rock strumentale, affidando agli immancabili bordoni l'onere dell'accompagnamento. Come da manuale. Addentrarsi in un genere così ampiamente criticato per la vaghezza che lo definisce trascina il disco in un girone infernale dal quale è difficile farsi piacere. Ecco spiegato quel "per nulla immediato" di poco prima. Non adatto ad un ascolto superficiale nonostante per alcuni possa essere una gradevole compagnia.

Manco a dirlo è gratis, a voi la scelta.

Voto 7

Asunder, Sweet And Other Distress - GY!BE

Il 2015 ha richiamato nel nostro paese alcune antiche entità. Per primi i Godspeed hanno risollevato il morale di un esercito composto da giovani, vecchi e da chi sta nel mezzo, annunciando un nuovo tour molto italiano e l’uscita di "Asunder, Sweet and Other Distress", sesto album in studio del collettivo. Collettivo che sicuramente non è più lo stesso di F#A#(Infinity), d’altronde i sogni politici vacillano, idem per le speranze di inizio carriera. Sia chiaro, sono sempre i Godspeed, ma si sono avvicinati alla filosofia di legioni straniere come i 7.9. è per questo che, ad esmepio, feedback e droni imperversano facendo propria addirittura un'intera traccia. Nota non così cara ad alcuni, i più spocchiosi naturalmente.

Voto 7+

, Federico Gambato

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