Gli album 2k16 ok usciti fino ad ora

E va così così frate

Federico Gambato 07\06\2016

Nel mezzo del cammin di questo 2016 mi ritrovai per una selva oscura (menata). Più oscura di quella percorsa esattamente un anno fa quando nelle orecchie risuonava The Ark Work, capolavoro dei Liturgy e che ora mi suscita solo un senso di malinconia per un vuoto musicale che l'anno corrente ancora non ha colmato. E non è solo un'opinione personale, dato che anche i saggi e illuminatissimi critici dell’Industria si dicevano a posto con Kendrick Lamar, Kamasi Washington e Sufjan Stevens sul podio. Tant’è che poi le relative classifiche si sono fermate proprio a quei lavori lì. Che pigroni. Ma un vuoto può non essere così negativo, perché se alla gente non viene detto che cosa ascoltare allora la gente può cercarselo da sé. Magari con una bella gita su Bandcamp e Youtube o, va beh, tra le playlist di Spotify. Oppure su Neun, con un primo assaggio già dato dall'album di Lost Salt Blood Purges di inizio anno. Rimane ancora in vetta per quanto mi riguarda. Il 2016 poi si sta rivelando letale per i musicisti che ascoltano i tuoi genitori e così in molti si sono sentiti in obbligo ad affogare le lacrime nella musica del passato piuttosto che concentrarsi sulle novità. E per novità non intendo l'album di Bowie, il cui contenuto è stato chiaramente coperto ed esaltato dalla morte del cantante, rendendo i giudizi finali su di esso molto poco attendibili. Non basta la copertina che si illumina per renderlo un classico. Ma vi perdono.

Explosions in The Sky – The Wilderness. Cominciamo con il ritorno degli Explosions in the Sky, tra le più note band post-rock strumentali. Non hanno certo la struttura nè tantomeno l'esperienza dei GY!BE, Mogway o Mono ma "The Wilderness" permette una rivalutazione positiva se anche a voi "Take care, take care, take care", rilasciato ormai cinque anni fa, proprio non è piaciuto. La semplicità di melodie che contraddistingueva i texani è ormai lontana, The Wilderness è una presa di posizione, un modo per dire “Siamo ancora vivi, e più di prima”. Il disco non è niente di eccezionale, ma la svolta fa ben sperare per future sperimentazioni. Ah volendo li trovate a Padova al teatro Geox in autunno.

Clara Lai-Haikus (piano-minimal) Hai presente gli haiku? Quelle composizioni poetiche orientali, sintetiche e dense di significato? Ecco, ora hanno una colonna sonora. Tra musica e haiku in realtà c’è un rapporto antico, ma certo non con quella musica che ha sempre avuto problemi nell’arte orientale, quella d’avanguardia. "Haikus" proviene da Barcellona, dalla Discordian Records, una scuola di avventurieri alla ricerca di strane forme d'espressione. O almeno così dicono. Il piano della giovanissima Clara Lai è assolutamente minimalista, conciso e graffiante, affiancando gli haiku di Matsuo Basho, Masaoka Shiki ed altri grandi poeti nipponici e non. L'ultima traccia è dedicata alla nonna, la prima non si sa. Ho chiesto ma non ha risposto, anche se le ho comprato il disco.

Benn Jordan-Plant Nine OST (IDM-ambient OST) Se la poesia non fa per voi un’alternativa puntuale, come ogni anno, è Benn Jordan che magari ricorderete come The Flashbulb o per altri suoi side-project. Con il suo vero nome produce principalmente colonne sonore. Planet Nine è costruita su misura per il planetario di Adler, Chicago. Scenario a parte, il disco procede pulsante ma ben controllato, ad un passo dall'eco ambientale, ma mai organico quanto una fase drone. Non è la sua prima OST disegnata per un planetario, ma a differenza delle precedenti il dominio è di frequenze medio basse e di suoni meno prolungati, come per indicizzare le varie fasi di "visita" del planetario. E l’album lo trovate al solito posto. 

After the Burial-Dig Deep (progressive metalcore) L'estate scorsa il chitarrista della band, Justin Lowe, dopo aver vissuto qualche problema psichico si è ucciso e qualche giorno fa il bassista ha dovuto lasciare per problemi privati: no, non se la passano troppo bene gli After The Burial, ma l’ispirazione, specie per quanto riguarda la parte vocale, resta forte quanto quella di "The Wolves Within"(2013), capolavoro del metal progressivo recente. "Dig Deep" eredita la pesantezza delle chitarre djent, unendo a ritmi decisamente più rapidi e aritmici un sound dalle sonorità etniche. Il riff di "Lost in the Static" in particolare ricalca un flauto indiano, supportato da un'elegante battito di pedali e rullanti ben sincronizzati.

Roly Porter-Third Law (industrial-drone). Droni, effetti doppler, beat che cadono seguendo moti armonici: questo e altro ancora dà vita a "Third Law". E non è nulla di nuovo se si parla di Roly Porter. Porter, come pure Oneohtrix Point Never è uno di quei registi innovativi capaci di un montare insieme noise, drone e industrial alla Alessandro Cortini. L'eleganza di Third Law taglia fuori la banalità di un harsh noise troppo pronunciato, diminuendone il disordine intrinseco. E "Mass" rimbalza come una palla.

Miserable-Uncontrollable (shoegaze-dark pop). Lento e oscuro il primo lp di Kristina Esfandiari è un bell'azzardo definito shoegaze. Un sibilo in apertura accompagna una lenta chitarra acustica, mentre la voce si fa attendere qualche minuto in un breve scatto lirico tagliato nettamente, complice della frenata che termina la traccia. Da qui capirete se fa al caso vostro. Oven, la traccia successiva, rende vero onore alla voce della miserabile.

Per il vostro bene eviterò di parlare di Deftones, Andy Stott, Brian Eno, SBTRKT, Killswitch Engage e James Blakema. Altri dischi sono la lunga raccolta "Elsq" da 1 a 5 (??) degli Autechre, "The Ridge" di Sarah Neufeld (a Padova in live a luglio) e "Objekt" di Aidan Baker. E sarà tutto molto soft, vedrete. Ci riaggiorniamo tra sei mesi regaz. 

, Federico Gambato

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