La solitudine della Catalogna

Uno spoiler sul futuro

Davide Enriotti 28\10\2017

“A Barcellona è più rischioso comprare un toner che un grammo di cocaina”.
Il primo ottobre questo post circolava nelle ore precedenti la consultazione popolare, quando la Generalitat, il governo regionale catalano, ha fatto ricorso a una riserva di urne cinesi “low-cost” per garantire il voto in seguito ai tentativi della polizia spagnola di sequestrare il materiale elettorale.
Il referendum si è svolto tra cariche, manganelli e proiettili di gomma. Diciamo pure che Rajoy, capo del governo spagnolo, non poteva fare di peggio. Dopo aver alimentato una reazione indipendentista perfettamente evitabile, il premier ha trovato nella repressione la soluzione, legittimo dal punto di vista legale, meno dal punto di vista morale e politico. Infatti, come tutti ben sappiamo, non sempre è giusto ciò che è legge, altrimenti potresti fumare liberamente una canna per strada o praticare l’eutanasia piuttosto che passare il resto della tua vita in ventilazione assistita permanente. Ma perché definire illegale uno strumento democratico come il referendum? Perché la Commissione Europea e il governo di Rajoy parlano di illegalità giuridica?

Il Tribunal Supremo de España, equivalente della nostra Corte Costituzionale, il 28 settembre scorso ha emesso sentenza: Madrid sostiene che il diritto internazionale preveda l’autodeterminazione solo in caso di dominio coloniale o occupazione straniera e che il principio di integrità territoriale dello stato, prevale sulle esigenze di secessione.
Questo Barcellona già lo sapeva e se l’è sentito ribadire, ma è interessante capire perché la partita si gioca, prima che sul livello giuridico interno, sul sistema giuridico internazionale.
La Generalitat ha ovviamente rifiutato di attenersi alla decisione del tribunale ed è andata avanti sostenendo che votare sia un esercizio democratico insopprimibile e che i giudici non siano indipendenti, ma al servizio dell’esecutivo. Sul votare siamo tutti d’accordo, i dubbi sull’indipendenza dei giudici sono una scusa per non dover ammettere che la sentenza, a malincuore, è giuridicamente fondata. D’altronde si sa, quando la magistratura emette sentenza contraria agli interessi di qualcuno, quel qualcuno ne mette in dubbio l’indipendenza. Berlusconi insegna.

In un mondo migliore il Diritto internazionale ci verrebbe in soccorso, parlandoci del principio di autodeterminazione dei popoli e di una marea di altri magnifici e bellissimi valori e diritti che se fossero pratica comune configurerebbero il globo come una grande democrazia internazionale fondata sull’eguaglianza, i diritti umani e gli unicorni. In questo mondo, invece, il sistema giuridico internazionale viene applicato e disapplicato in scioltezza.
Il suo reale difetto è che prescinde dal consenso volontario degli stati, sostanzialmente una normativa internazionale può essere recepita nel diritto statuale e quindi produrre effetti giuridici, se e solo se lo stato decide di accettarla. Nel caso spagnolo il diritto all’autodeterminazione dei popoli è stato recepito, approvato e inserito in costituzione, ma il problema sussiste.

“Tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e proseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”.
Leggi la definizione e pensi “Catalogna indipendente”, non si vedono ragioni per le quali il popolo catalano non abbia il diritto di autodeterminarsi, ma la situazione si fa più antipatica se pensi che in nessuna norma giuridica internazionale c’è la definizione di popolo. Gli stati giocano sull’ambiguità non volendo ammettere che i popoli hanno una propria soggettività internazionale.. e se non ne hai una, non hai diritto a niente. Così fa la Spagna con i catalani o l’Iraq con i 4 milioni di curdi nel Kurdistan iracheno che hanno da poco votato a favore dell’indipendenza.
Il secondo problema è che il diritto internazionale intende il principio di autodeterminazione dei popoli non come un diritto alla secessione, quanto piuttosto un diritto del popolo, o di una parte di esso, a partecipare alla vita democratica delle istituzioni del proprio paese. Il diritto alla secessione viene riconosciuto solo nei casi di dominio coloniale, di occupazione militare straniera, e in caso di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani. Nel resto dei casi non c’è nulla da fare, il diritto di scegliere da sé il proprio status politico non prevale sul principio di integrità dei confini nazionali.

L’ultima possibilità che rimane a Barcellona per riuscire nell’impresa è quella di seguire l’esempio (eccezionale) del Kosovo, che dopo essersi autoproclamato indipendente dalla Serbia, viene considerato uno stato sia dall’Europa che dagli Stati Uniti, nonostante il principio di autodeterminazione non preveda tale possibilità a Catalogna e Kurdistan iracheno.
Il Kosovo dimostra come uno stato, per definirsi tale, abbia bisogno del riconoscimento di più nazioni per poter aprire relazioni diplomatiche ed entrare a far parte della vita politica internazionale, anche e soprattutto nell’ONU. Che poi non è così necessario essere riconosciuti da molti, è sufficiente che siano pochi ma “importanti”.. il Kosovo insegna. Nel nostro caso è più probabile vedere Abu Bakr al-Baghdadi premio nobel per la pace piuttosto che una Catalogna indipendente e membro ONU.
Per poter ammettere un candidato alle Nazioni Unite, lo stato deve essere raccomandato dal Consiglio di Sicurezza composto da 5 membri permanenti: Francia, Inghilterra, Stati Uniti, Cina e Russia. Ma quale tra questi potrebbe mai riconoscere un governo nato da una dichiarazione d’indipendenza unilaterale rischiando così di alimentare spinte secessioniste interne che metterebbero a rischio l’integrità dello stato stesso? Sarebbe un suicidio. E nel caso in cui nessuno ponesse il veto, ammettere la candidatura richiederebbe la maggioranza dei 2 terzi dell’Assemblea Generale. Il Kosovo ci è riuscito perché la Serbia contava sul sostegno della Russia, e da lì è stato facile ottenere l’appoggio di Stati Uniti ed Europa.

La Catalogna a suo malgrado è nel cuore dell’Europa, risiede in uno dei più importanti paesi europei, non ha l’appoggio né dell’Unione Europea, né di un altro stato di rilievo, e non è uno stato da sottrarre alla sfera d’influenza russa. Non avrà mai la possibilità di parlare da pari a pari con altri paesi, indipendentemente dalla volontà del governo spagnolo. Come disse l’ex presidente catalano Artur Mas: “se non ti riconosce nessuno, le indipendenze sono un disastro”.
Alla luce di tutto questo è chiaro che l’indipendenza venga riconosciuta dall’esterno in base alle proprie strategie politiche, e che sia una condizione legata più alla realtà e alla discrezione degli stati piuttosto che alla teoria e al favoloso mondo del Diritto Internazionale. E’ decisamente meno chiara la logica secondo la quale un popolo non possa costituirsi stato in nome di una comune lingua, cultura, origine, tradizione e appartenenza territoriale, dovendo invece dipendere dalla volontà di terzi, e in particolare di un gruppo di stati che si contano sulle dita della mano. 
Ma come tutti ben sappiamo, non sempre è giusto ciò che è legge.

, Davide Enriotti

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