Quasisaggio sul cantautorato

La parola può vincere su tutto

Chiara Molinari 17\03\2016

“Quando a notte la nebbia ti dice d’un fiato che il dio dell’inverno è arrivato”, come autorizzata dall’inespressiva malinconia del cielo, una generazione di nostalgici si rinchiude in stanza ad ascoltare “le voci piene di calore e le strofe languide di tutti quei cantanti” appartenenti al panorama del cantautorato italiano degli anni Settanta. Proprio come Anna della “Musica Ribelle” cantata da Finardi. Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Giorgio Gaber…e se alla nebbia molto fitta corrisponde un male di vivere altrettanto acuto, ecco affacciarsi timido anche un Claudio Lolli intento a lasciarsi alle spalle “l’odore acido dei giorni” in cui bisogna “filtrare il proprio senso come il tè”. In occasione dell’uscita del cofanetto “Se io avessi previsto tutto questo”, Francesco Guccini ha bruscamente affermato che “le canzoni di oggi non è che siano brutte, sono inutili”, salvando dal grigiore dell’offerta contemporanea l’estro, la cultura e l’originalità di Vinicio Capossela. Il carattere discutibile e a tratti misantropo di alcune recenti affermazioni di Guccini che liquidano la scomparsa di un artista della statura di Bowie con “non mi piaceva, non ascolto la musica contemporanea” suscitano perplessità e disappunto anche nei suoi più affezionati seguaci. Fedelissimi che spesso hanno fatto di entrambi dei capisaldi della propria esperienza musicale ed esistenziale. Ma al di là delle ultime infelici dichiarazioni che possono allontanare le simpatie nei confronti di un eremitico Guccini apparentemente distaccato dal mondo, da sempre amici musicisti declassano e riducono con sufficienza la passione per il cantautorato ad una “strimpellata con i soliti quattro accordi”.

 

 

La canzone d’autore è tuttavia una forma espressiva non paragonabile ad altre: la parola rivendica il suo primato sulla musica e il testo rifulge di una splendida autonomia, tanto da potersi accostare ad un prodotto letterario. I testi di Guccini o De Andrè reggono alla prova di una lettura nuda, senza accompagnamento musicale. E’ poesia che si snoda in versi in grado di rispettare la metrica, intrisa di metafore ed immagini pregnanti e ricche di senso. I cantautori sono cantastorie, quasi aedi antichi, tessitori di versi. Artigiani e burattinai della parola. L’ascolto delle loro canzoni difficilmente può essere disimpegnato, la voce calda reclama uno sforzo di concentrazione e comprensione da parte dell’ascoltatore. E’ una pratica che andrebbe esercitata in solitudine, come in solitudine si legge una poesia o si tenta un dialogo con “quel tarlo mai sincero che chiamano pensiero”. Magari alla sera, accompagnati da un bicchiere di vino, e qualche gatto che gironzola per casa. La letteratura irrompe nei testi di Guccini ridisegnando le imprese di Cyrano e Don Chisciotte, reinventando il mito di un Odisseo dall’anima contadina. Guccini raccoglie i frammenti del mito americano tra Hemingway e la letteratura beat che ha visto la sua generazione andarsene e cercare il sogno che conduce alla pazzia. Le epigrafi sulle lapidi diventano poesia nell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters e nell’album “Non all’amore non al denaro né al cielo” di De André. Lo stesso De André che è stato definito anche come “l’ultimo trovatore”. Lolli cerca e aspetta fino alla fine il Godot beckettiano, e si fa portatore di una concezione leopardiana di libertà e felicità che permea l’intero linguaggio della canzone, facendo propria la poetica dell’indefinito. Ma la carica propulsiva dei testi cantautoriali sta nella capacità di catturare e dipingere l’esperienza, i desideri e le inquietudini della generazione di giovani che hanno cantato. Guccini che con addosso il suo eskimo ha la rivolta tra le dita e grida che “dio è morto”, nell’ album del 1978,”Amerigo”, scrive una preghiera laica di tale potenza ed intensità da far sì che ancora oggi, dopo i fatti che hanno lacerato Parigi lo scorso novembre, si sia attivata la sua reminiscenza: “Da visionari e martiri dell'odio e del terrore (…) da crociati e crociate, da ogni sacra scrittura, da fedeli invasati, di ogni tipo e natura libera, libera, libera nos Domine.” Nel 1970 usciva invece “La Buona Novella” di De André che per quanto non subito compresa, voleva essere “un’allegoria delle istanze migliori del Sessantotto, molto simili a quelle che il più grande rivoluzionario di tutti i tempi, Gesù di Nazareth, aveva portato contro gli abusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e una fratellanza universali”.

 

 

Tre anni dopo è la volta della “Storia di un impiegato” che ascoltando una canzone del maggio francese, si decide alla ribellione sperimentando la via della violenza, finché in carcere non impara “un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali”. Per esempio, che bisogna fare molta strada “per diventare così coglioni da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”. E “lo spirito del tempo” catturato dal testo di una canzone decide di fluire ancora per le strade che lo hanno pensato e vissuto, scrivendosi indelebile ancora oggi sui muri di Genova: “Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane, ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”. E allo stesso modo, a Bologna, sotto ai portici di via Zamboni, compare negli anni settanta la gigantesca scritta lolliana “Disoccupate le strade dai sogni”, che purtroppo l’”Incubo zero” dei nostri anni si è portato via con qualche decisa pennellata. Quella degli anni Settanta è una generazione che recupera e ritrova le parole “dentro ai manifesti e alle scritte sopra ai muri”. O nella dimensione della piazza. La Piazza Grande di Bologna e di Lucio Dalla, la Piazza degli Zingari Felici, la Piazza Bella Piazza di Claudio Lolli e degli Anni di Piombo. Fino ad arrivare alla Piazza Alimonda di Genova cantata da Guccini e dalla generazione dei nostri anni: la generazione dei vent’anni per cui uscir di casa è “quasi un obbligo, quasi un dovere”. Una generazione per la quale le parole dei cantautori pizzicano ancora le corde dell’immaginazione, del pensiero, della coscienza identitaria. Nelle “piazze calde e dolci” delle nostre città, inverno o primavera che sia.

, Chiara Molinari

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