Trump in Ungheria aveva già vinto

O almeno alcune delle sue idee

Elisa Santoro 10\11\2016

Mi sono trovata a passare sei mesi a Budapest e la prima settimana mi hanno dato una multa in metro perché il mio tesserino universitario italiano non era abbastanza per dimostrare che potevo possedere un abbonamento per studenti. È stata la prima di una lunga serie di piccole ingiustizie quotidiane, che chiunque viva in Ungheria e non sappia l'ungherese (che è tipo una lingua assurda in cui per brindare devi dire egészségedre) si abitua a subire. Potresti pensare che si tratti di pare personali, ma fidati che la scena più tipica era: «*serie di parole incomprensibili in ungherese accompagnate da sorriso a 32 denti*», «Sorry I don't speak hungarian», sguardo d'odio accompagnato da grugnito e addio. Un bel clima, veramente.

Ma se agli ungheresi non piacciono gli stranieri, gli piacciono da impazzire gli ungheresi. Del tipo che un nazionalismo come il loro l'ho visto poche volte. Da un certo punto di vista ha un suo fascino, un po' di orgoglio nazionale non danneggia nessuno, i festeggiamenti per una misera vittoria ai gironi europei hanno superato di gran lunga I nostri dopo aver vinto i Mondiali, e quando un ungherese ubriaco mi ha detto piangendo: «La nostra squadra non gioca per undici persone, gioca per un'intera nazione», un briciolo sono rimasta colpita, essendo una di quelle italiane che non fanno altro che rimproverare l'Italia (ma in fondo, avete mai incontrato un italiano che non lo faccia?).
Ogni cosa ha però i suoi limiti, e il nazionalismo in Ungheria ha seriamente superato ogni limite. Tanto che a capo del governo ci sta questo tizio, Viktor Orbán, che ha cavalcato la cresta dell'onda sin dalla caduta del dominio sovietico in Ungheria, e che ora è per la seconda volta, dal 2010, primo ministro. Viktor è a capo della Fidesz, il partito della destra nazionalista ungherese, e ironia della sorte nel 1989, al crollo dell'URSS, fece un bel discorso sulla libertà elettorale e sulla democrazia. Dico ironia, perché il buon Orbán sta in realtà traghettando allegramente l'Ungheria da una dittatura ad un'altra e il suo cavallo di battaglia è la lotta all'immigrazione. Forse ne hai sentito parlare, del muro, del filo spinato al confine con la Serbia, dei giornalisti che fanno gli sgambetti ai migranti. E insomma, il 2 ottobre è successo che il governo ungherese ha indetto un referendum, che chiedeva ai cittadini se volessero o meno accettare le imposizioni dell'UE sulle quote d'immigrazione fissate per ogni paese. Nonostante gli sforzi della propaganda, il quorum non è stato raggiunto. Allora Orbán ha deciso di strafottersene del voto popolare e di proporre una modifica della Costituzione sulla politica migratoria.

Ora mi chiederai cosa può fregartene di un piccolo paese del centro Europa che non ha altro che la paprika e un'evidente passione per i regimi dittatoriali. E se l'Ungheria fosse un piccolo specchio di ciò che potrebbe accadere in molti altri paesi europei? Non ti pare un panorama comune? Crisi economica, aumento dei nazionalismi, razzismo e un calo incredibile dell'interesse politico nella popolazione. Durante il mio soggiorno ungherese, frequentavo un giovane del posto, politicamente impegnato, come piace a me. Un giorno, di ritorno da una manifestazione, era amareggiato e mi disse che ad ogni manifestazione cui prendeva parte la partecipazione calava, che gli ungheresi «don't give a fuck» se la situazione nel loro paese era tragica. Come potevo non capirlo? E come non possiamo ritvederci nella situazione "referendum che non raggiunge il quorum e  primo ministro che decide comunque di fare di testa sua"? Diciamo che le somiglianze si sprecano. E la strizza si sente. Eppure i leader europei continuano a ridere dei nazionalismi nei paesi dell'est Europa: sono solo piccoli staterelli estremisti! Che non hanno nessuna importanza certo, se non  quella di mostrarci un inquietante squarcio su un probabile futuro.

, Elisa Santoro

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