Come e perchè sabotare una mostra

E che sia chiaro, non stiamo facendo strumentalizzazioni

Roberto Binetti 03\04\2016

Il 18 Marzo apre a Bologna la mostra di street art che è stata in grado di scatenare un putiferio. Non sono particolarmente interessato a discutere sulla riuscita o meno del progetto, soprattutto perchè mi suona da subito stonato l’accostamento delle parole “mostra” e “street art” in una sola frase.
 Il grosso dei taffe-tafferugli e delle cenque mediatiche si è scatenato nel momento in cui Blu, uno degli artisti “ospitati/osteggiati”, ha deciso di coprire con vernice grigia uno dei suoi lavori più conosciuti, La battaglia che decorava il centro sociale Xm24, prima che venisse staccato per essere esposto all’interno del Museo Pepoli. 
Controindicazioni: nel bel paese che ha partorito figure di spicco del gentismo di bassa qualità del calibro di Beppe Grillo e Barbara D’Urso, il tentativo di un’artista di proteggere la propria opera aka proprietà intellettuale, non ha prodotto altro risultato se non ulteriore pubblicità al team di curatori che sta dietro al tutto. Cercando di evitare dietrologie con evidente data di scadenza ormai superata, riporto le dichiarazioni del deus ex machina dell’intero progetto, l’avvocato Fabio Roversi Monaco, ex membro del Cda dell’UniBo, ex Magnifico Rettore, ex membro della loggia massonica bolognese (vd. Rapporto DIGOS degli 80s), attuale presidente di Genus Bononiae e di Banca IMI, appassionato d’arte di vecchia data quasi quanto di diritto d’autore: “qui nessuno ci ha guadagnato una lira” e di nuovo “non accetto critiche di nessun tipo, le opere erano private e su edifici che stavano per essere demoliti. Di fondo le abbiamo salvate”. 
NB La catena di cariche potrebbe fortemente connotare il personaggio. 

Se provassimo ad unire ipoteticamente l’insieme A della prima dichiarazione all’insieme B della seconda, rovesciando il registro buonista di una conferenza stampa in uno più self-confident da sala da thè marocchina, otterremmo “tutti ci abbiamo guadagnato, dai privati che hanno venduto una porzione della propria proprietà a noi che abbiamo organizzato questa mostra e cazzo sì ci ho guadagnato anche io che in questo modo ho creato un precedente giuridico ed inserirmi in un terreno del diritto d’autore ancora poco esplorato”. 
E che sia chiaro, non stiamo facendo strumentalizzazioni.

 

 

Proprio per questo vogliamo spiegarti come/perchè si sabota una mostra.

Iniziamo dai perché:
Le dichiarazioni dei curatori facevano intendere la loro posizione degna di quel furbetto di Frank Underwood e che potremmo facilmente riassumere nella disequazione 

proprietà intellettuale < proprietà privata

rivendicando un diritto acquisito sul supporto che ha permesso loro di acquisire un diritto di proprietà sull’opera d’arte. In pratica l’artista, la mente che sta dietro la creazione e non al muro (quello al massimo si chiara muratore e le due figure possono sovrapporsi, ma non sempre e necessariamente) è stata completamente bypassata. Non ci sono i presupposti per parlare di furto? Penso sia abbastanza possibile parlare a ragione di appropriazione di proprietà intellettuale tutelata dal diritto d’autore.
I curatori Christian Omodeo e Luca Ciancabilla si sono difesi dietro la necessità di restauro e di conservazione all’origine di quella che hanno definito con le parole di Benedicte Savoy (casualmente un’altra curatrice) una “traslazione patrimoniale”. La verità è che la street art ha un luogo di collocazione, o per meglio dire di destinazione, che è parte integrante dell’opera stessa e con essa comunica.

E’ stata pensata per quel luogo, in un certo senso rivitalizzandolo e risvegliandolo all’interno di un’operazione che Duchamp (questa volta un artista, non un curatore) ha definito di detournement. I graffiti, i tag, le opere calligrafiche sono prima di tutto opere ambientali. La conservazione dovrebbe avvenire sul posto in forme rapide e non invasive e, dove possibile, con il coinvolgimento dello stesso street artist.
 Per questo una loro museificazione equivale al porre sotto una campana di vetro il cesso di Duchamp insieme agli affreschi di Pompei (questa volta facendo solo un danno e non creando nulla). Andrebbero invece pensati dei percorsi che valorizzassero queste opere all’interno della loro destinazione: la città.

Passiamo al come:

Una mostra si sabota semplicemente non andandoci, non pagando un biglietto per ammirare quella figura che calcia una testa di Blu che una decina di giorni fa potevi vedere passeggiando per Bolo. 
Rivendica un diritto vero sopra un diritto di comodo e non essere l’ennesimo personaggio che si prende a calci la testa da solo, frate.

 

, Roberto Binetti

Lascia un commento all'articolo