Bevi uno spritz con i Massima Tackenza

La crew padovana ci ha parlato di Padova e di sé: due cose da non separare

Carlo Cosio 15\10\2015

È tutto il giorno che piove grigio. Mi stringo nelle spalle calcando le mani il più in profondità possibile nelle tasche dei jeans. Penso a chi è volato fino a Londra e si lamenta del clima, evidentemente non ha mai passato un inverno a Padova. Così contratto cerco di impedire alla nebbia di scivolarmi sotto la felpa mentre cammino verso la Yarda. È uno dei bar più frequentati dai ragazzi della città. Seduti ad un tavolino protetto dalla pioggia ci aspettano Bomber Citro e Buzz. Io e il mio amico ci presentiamo, aspettiamo Dutch e Slesh. Citro è felice, un supporter è venuto a conoscenza della sua passione per le sciarpe e gliene ha ordinate ben cinque su Ebay. Ce le mostra mentre segna su un quadernino nero la provenienza e la squadra a cui appartengono. Buzz fuma una sigaretta. Chiacchieramo di neun, dei suoi progetti teatrali, dell'università. Dice che dovrà assentarsi prima dall’intervista. Ha la voce profonda come quando rappa. Arrivano gli altri e ordiniamo da bere.

 

Partiamo da Padova Muore, ma vi hanno davvero mandato i digossini a casa?
[ridono]
Slesh: sì, era il 2013. Ho scritto questa canzone che aveva il nome del sindaco di allora [Ivo Rossi NdR]. Da qualche tempo in città avevano cominciato a battere tanto il ferro sulla questione dei graffiti. Un giorno dei ragazzini stavano taggando su del compensato, ma la polizia li ha beccati e ha cominciato a rincorrerli. Uno dei ragazzi è caduto e si è fatto male. Allora ho scritto in giornata questa canzone che è subito girata molto. C'erano due barre incriminate, dicevo: "mentre Il Mattino mette in ombra la vera versione, preparo questo pacco bomba per la redazione". Mi riferivo alla canzone ma hanno finto di non capire. E niente due giorni dopo mia madre viene a dirmi che ci sono due poliziotti in borghese sotto casa. Gli ho dovuto dire chi ero, che cosa facevo. Hanno aperto un piccolo fascicolo Massima Tackenza con nostri testi e qualche foto. Una cosa fatta alla buona ovviamente. In pratica gli ho dovuto dichiarare che non stavo fabbricando una bomba.

In tal senso potremmo già parlare di Bitonci, ma non si merita l'inizio dell'intervista. Ci interessa di più sapere se davvero anni fa a Padova non erano “tutti chiusi in casa soli come eremiti"?
Citro: Piazza delle Erbe era davvero piazza, era la versione non fighetta di Piazza dei Signori oggi. Tutte le sere c'era gente in terra con musica e altro, non riuscivi a passare. Mi ricordo che nel 2007 si iniziava già a sentire aria di repressione, quando un giorno mi sono trovato i blindati in centro. Poi da lì è stato un peggiorando.

Dutch: quello che noi salutiamo come sconfitta è vista come una vittoria dalle giunte di ogni colore. Un centro pieno viene assurdamente dipinto come causa di disagio da debellare. C'era un bar in Ghetto in cui ti giocavi il drink a dadi. Se vincevi te lo offrivano, se perdevi ne prendevi due. Potremmo dire che Massima Tackenza è nata da lì. Passavamo le ore a fare freestyle con il ghettoblaster o acapella. Parlate di una città dal “potenziale d’oro”, che movimenti ci sono oggi per far sì che non venga sprecato?
Slesh: i punti di aggregazione adesso sono i bar, come ci siamo trovati noi oggi. Se non consumi stai a casa. Con il Pedro [centro sociale di Padova NdR], stiamo avviando un progetto per spingere i ragazzi a fare freestyle e soprattutto a beccarsi di persona. Partiamo a fine ottobre. È il primo di più incontri che una volta al mese si sposteranno in una zona diversa della città. Cerchiamo di riprenderci le piazze, anche per avvicinare la gente che non conosce il Pedro. Ci sono tanti ragazzi bravi in giro, gli serve una possibilità di esprimersi.

 

E se i ragazzi oggi fossero davvero disinteressati come dicono i cinquantenni? Può essere colpa delle forme proposte?
Dutch: se parli di protesta secondo me siamo in un tempo in cui la retorica della stessa suona falsamente retorica, mentre le istanze per cui protestare sono sempre di più. Questa è la sconfitta. Abbiamo molte più cose di cui lamentarci, ma se lo facciamo ci danno dei comunisti. Certo spero che nel prossimo futuro venga trovato il format comunicativo per affrontare questi problemi. Che tra l’altro è così solo da noi: in Spagna c’è Podemos, in Grecia Syriza. È da noi che non c’è un cazzo. 

A questo punto non possiamo evitarlo. Bitonci ha ostacolato Sherwood, Radar Festival, kebabbari e vari bar come questo: lo si può definire un atteggiamento davvero nuovo o è solo quello che i Padovani hanno sempre desiderato?
Dutch: studio giurisprudenza e l’ordinanza per chiudere i kebabbari non stava né in cielo né in terra. Infatti l’hanno bocciata. È pura propaganda da giornali che fa piacere all’elettorato, unita alla schizofrenia del volere un centro più sicuro e allo stesso tempo con meno schiamazzi. Ma non capiscono che un centro pieno di gente è il centro sicuro per eccellenza, perché nessuno violenta una persona in mezzo a cento persone. 

I Padovani sembrano volere questo: hanno l’università dal 1222 e non hanno ancora digerito la presenza di studenti in città. 

Dutch: gli fa comodo quando paghi l’affitto. C’è una barra nel pezzo Padova Muore che dice “La mia città ha la pancia grande e gli occhi piccoli”. Quando si tratta di mangiare siamo tutti contenti, però mostrare lungimiranza costa troppa fatica.

Non posso negare che a Padova ci sono “Marocchini, puttane, casini”. Lo spaccio per strada non è poco e in buona parte è in mano ad extracomunitari. O sbaglio?
Citro: oggi sono tutti Marocchini, dieci anni fa erano tutti Albanesi. Non sanno che Tunisini del nord e del sud si scannano tra di loro. Ma è la mala amministrazione il vero problema: non puoi smantellare una zona come Via Nelli, che era lo snodo del narcotraffico europeo senza le dovute contromisure. È una bomba che deflagra. Padova è sempre stata particolarmente sensibile alla questione dell’immigrazione. Quando c’era la guerra in Jugoslavia quindici anni fa, questa città rappresentava uno dei primi centri per chi arrivava dall’est.
Slesh: Non so quali siano le ambizioni di Bitonci, ma di sicuro si sta creando una posizione forte. La posizione che lo fa sembrare una persona concreta e risoluta agli occhi della gente anche fuori Padova. L’azienda Bitonci deve durare il più possibile. Non penso gli interessi salvare la città.

Sembra che a Padova ci sia il gioco delle parti: guardie e ladri. Ma meno integrazione sembra portare più delinquenza.
Citro: dove lavoro io portano i profughi che con il progetto tra comune di Padova e questa azienda vengono pagati la metà. In cambio dovrebbero imparare il mestiere e invece vengono caricati come muli e fanno avanti e indietro per sei mesi da scaffale a scaffale. Poi grazie e saluti, ne tengono uno ogni quindici. Lo schiavo è sempre servito. Prova a dare una busta in mano ad uno di questi ragazzi, fagli vedere un po’ di soldi e poi vedi che cosa decide.
Dutch: la repressione è forte solo con il megafono, ti giri e vedi le cammionette a trenta metri dagli spaccini. Le soluzioni proposte da questi finti sceriffi non funzionano: non è neanche nel loro interesse. Il proibizionismo è già fallito e lo sai che se reprimi un mercato, questo si sviluppa nell’illegalità.

In Lasciami Fare dite “non ho fatto la gavetta ho fatto un pentolone”. Quali sono state le svolte per Massima Tackenza? 

Dutch: come al solito è nato tutto da chi adesso non è più con noi. Mish era un ragazzo nella crew fino a poco tempo fa. Da cui il nostro simbolo, la mano con le cinque dita aperte. Hanno cominciato lui, Buzz e Gas. Prima si è unito Mekoslesh e suo fratello, Carlos Gonzalo aka Misto Stylo che adesso fa break. Bomber Citro aveva mollato la sua vecchia crew e veniva a fare free con noi. Il giovane Mekoslesh aveva il microfono in camera e la mamma con il turno di notte. Allora arrivavamo per mezzanotte e reccavamo fino a mattina. Per fortuna sua sorella aveva il sonno pesante. Così è uscito il nostro primo mixtape. Poi abbiamo fatto “Stai Giù”, fu un bel periodo per la crew suonavamo quasi ogni sabato in giro per l’Italia. Ci siamo dati alle nostre cose soliste fino al 2013 quando ci siamo ritrovati e abbiamo detto: “Rega, guardiamoci negli occhi: o è finita o facciamo un ultimo disco”. Ma dopo aver visto l’affiatamento che si è ricreato e come è stato accolto: col cazzo che è l’ultimo disco.
Citro: dopo che è uscito, i ragazzini che mi trovavano in città mi dicevano: “Ma come! Vi ho scoperti ieri e già vi sciogliete?”. Al che gli dicevo che in tutto con i ragazzi abbiamo fuori sedici dischi e che loro probabilmente avevano tre anni quando uscivano i primi.

Sleshbeatz dai musica alle parole dei ragazzi: di quali producer hai più vinili nel Vandaland studio?

Slesh: vinili ne ho pochi, sono poco legato al modo di produrre classico con campionatore. Il ragazzo da cui ho imparato a fare i beat è Mish, usavamo un programma rudimentale su cui non si potevano nemmeno impostare i BPM. Quindi mettevamo i piattini in sedicesimi e li usavamo per tenere il tempo. Ascolto tanto le cose nuove che escono senza un produttore di riferimento. Una particolarità di questo disco è che non ho usato nemmeno un campione, doveva uscire tutto dalla mia testa e dalla mia pianola MIDI. Il prossimo voglio farlo tutto campionato. Il concept parte sempre dai beat, poi con i ragazzi modifichiamo più e più volte.

Chi è l’eroe che ha filmato il listening party del nuovo album?
[Ridono]
Dutch: è una gopro montata in testa a uno dei ragazzi di Trve Vandals, ma non possiamo rivelare la sua identità. Eravamo noi tutti amici più tre regaz che hanno letto un post su internet e sono partiti esaltatissimi da Bassano per esserci. Slesh: poi uno mi ha sboccato sulle scale! L’idea è nata perché volevamo avere l’album completo su Youtube e ho proposto di filmare la prima volta che lo ascoltavamo per intero. Per il prossimo facciamo una grigliata.

Chi merita davvero sulla scena italiana oggi?
Citro: Jack The Smoker, Jhonny Marsiglia, Ensi.
Dutch: Willie Peyote e Baco Krisi, che è un nome meno conosciuto ma è un cazzo di fenomeno. Anzi lo dico a chi legge l’intervista: ascoltatevelo ragazzi. Anche Sfera e Serenase sono dei regaz che ho conosciuto sabato e spaccano un botto.
Slesh: confermo quello che hanno detto gli altri e aggiungo noi. C’è un’ottima scena e finalmente si sono decisi a puntarci i riflettori.

Bene o male?
Citro: tra la gente inesperta che ascolta rap desso c’è chi continuerà a farlo anche quando non sarà più di moda. Quindi mi piace. Anche perché il rap ormai affonda delle radici troppo grosse per scomparire nel giro di qualche anno.
Slesh: e noi di buono non possiamo fare altro che buoni dischi. Roba che quando un ragazzo la ascolta deve sentirsi rappresentato, coinvolto. Come se qualcuno stesse esprimendo cose che già sentiva dentro, ma che non riusciva ad esternare. Così poi viene ad urlarle con noi. E questo è buono.

Conoscete la Casa degli Specchi? 

Massima Tackenza: no, ma dicci qualcosa che li ascoltiamo.

Volentieri ma prima concludo. In Anime Stanche si sente la nostalgia per una città, che in effetti non avete ancora lasciato. State per lasciarla o vi sembra che sia stata lei ad avervi lasciati?
Dutch: “Oggi soffia un vento freddo che mi parla di te” l’ho scritto da abitante di Trento, dove studio da cinque anni. Adesso sono tornato per preparare la tesi. Ci piace guardarci da fuori.
Citro: ho capito che avevamo centrato il bersaglio con questo pezzo quando tutti quei ragazzi con cui sono cresciuto e che sono andati lontano hanno cominciato a scrivermi cose tipo: “Oh siamo a Londra e ci state facendo ricordare Padova”. Gli abbiamo fatto venire voglia di casa.
Slesh: è il posto dove vorresti tornare. Noi parliamo di Padova per parlare della città di ognuno. Se riusciamo a fare provare questo sentimento anche a chi è cresciuto a Brescia, Roma, Torino o chi sa dove allora abbiamo raggiunto l’obiettivo.

E il futuro che cosa dice? 

Dutch: ognuno ha i propri progetti da solista. Tipo con Sick & Simpliciter ho in cantiere un disco, mentre Slesh ne ha uno praticamente pronto. Ma soprattutto vogliamo un nuovo disco Max Tack.
Citro: ho imparato un nuovo modo di scrivere con l’ultimo disco. Prima andavo di getto a caldo e non riprendevo mai quello che avevo fatto, ma adesso tutti hanno licenza di veto su quello che scrivono gli altri e riscriviamo parecchio. Senti la presenza di tutti nella diversità di ognuno. Deve essere precisa al centimetro
Slesh: siamo diventati minuziosi.

Si sente e aspettiamo di risentirlo nel prossimo disco.

, Carlo Cosio

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