Metti a nudo Basquiat

Perchè entrare nell'intimo dell'artista importa

Roberto Binetti 29\12\2016

Risale ad una manciata di mesi fa una polemica apparsa in rete intorno alla pubblicazione di alcune foto che ritraggono Basquiat completamente nudo da parte della webmagazine newyorkese Animal. Le foto, scattate da una pati-ex ragazza dell’artista, la fotografa Paige Powell, hanno come protagonista l’artista stesso, in un momento di intimità, spiaggiato su un materasso nel suo studio, circondato dalle sue opere e da qualche fazzoletto sporco. La pubblicazione di questo materiale ha subito fatto gridare allo scandalo gli incattiviti che gravitano introno alla giostra dell’arte, sottolineando il tentativo da parte dell’ex partner di guadagnare le ultime boccate di fama da un periodo della vita in cui è stata tanto vicina a quella giostra, a quel centro vorticante, da sentire in viso un lieve spostamento d’aria. Posso trovarmi d’accordo sulla bassa qualità delle foto, sul tentativo maldestro di reinventare il nudo d’artista da parte di una ragazzina dell’Upper East Side, sul cortocircuito intorno al female gaze di una potenziale musa su un potenziato artista, ma dall’altro lato bisogna riconoscere egoisticamente quanto queste foto siano per tutti preziose.

Ce lo mostra in modo chiaro l’allestimento della nuova mostra dedicata al Museo delle Culture di Milano curata da Jeffrey Deitch e Gianni Mercurio. Prima di tutto, se non ci sei ancora stato, te la voglio consigliare perché fa paura: l’allestimento è gestito in modo abbastanza intelligente ed è possibile sia percorrerlo cronologicamente, sia per gruppi di opere accostate a livello tematico. Ma il periodo coperto dalla mostra è solo quello che va dal 1980 al 1987, quando Basquiat è già un artista di successo, affiancato alla Factory di Warhol, riceve commissioni a livello internazionale anche al di fuori della Grande Mela. 
Tuttavia Jean-Michel non è solo questo. Basquiat è anche quello del sodalizio con il writer Al Diaz con il quale si firma SAMO (SAMe Old shit) sui muri di Manhattan, è il bambino che viene portato dalla madre alla fine degli anni Sessanta al Metropolitan ed al Brooklyn, al quale viene regalato il manuale anatomico di Gray (NdR. Gray’s Anatomy quello vero, non quello di Meredith) e che si appassiona al corpo umano, alla sua forma informe ed alla sua bestialità. E’ anche il primo artista nero che riesce ad ottenere riconoscimenti artistici a livello mondiale, ma che approdato a Modena nel 1981 con la sua prima mostra personale presso la galleria Emilio Mazzoli, viene deriso pubblicamente, osteggiato e quasi cacciato dalla città emiliana da quella schiera di critici che adesso lo osanna e venderebbe la moglie per un pezzo del socio.

Non è solo l’artista dei graffiti o delle tele monumentali, ma all’interno del suo catalogo possiamo trovare ritratti componenti della scena artistica newyorkese su piatti di porcellana. Basquiat è anche un grande lettore di Burroughs e di Ginsberg e da loro deriva l’idea della propria arte come poesia pubblica, della creazione di una traccia urbana nella quale inserire il proprio messaggio generazionale, quello della generazione che si trova ad avere vent’anni o poco più negli eighties. La mostra merita, frate, soprattutto perché dedica spazio e maggiore attenzione ad un artista che sta incominciando ad acquisire una popolarità trasversale, soprattutto presso i non addetti ai lavori, presso il parco-divertimenti-arte-contemporanea, ovvero la fetta di pubblico più importante e necessaria, quella dei passeggiatori dei musei, del popolo che compra la tazza con appiccicato sopra un pezzo di Keith Haring oppure una shopper con una stampa di Lichtenstein. Soprattutto loro è l’arte e per questo va spiegata, non banalizzata ed in qualche modo salvata (cit. Duane Hanson). 

Per questo motivo la mostra e queste fotografie, residuato di qualche scatolone ammuffito, sono tanto importanti: perché aiutano a fare chiarezza intorno all’uomo Basquiat, perchè lo dipingono anche e soprattutto nella sua fragilità di nudo disteso, spogliato da quei jeans troppo stretti del club 27, del maledettismo prêt-à-porter derivato dal “live fast and die young” da battere al mercato d’arte. 
Qualcuno deve aver detto che bisogna diventare intimi con gli artisti per conoscerli veramente, non fermandosi a guardarli come se li venissero spiati dal buco di una serratura. Bisogna, in qualche modo, diventarne partecipi e non farli agire su di noi come fossero personaggi.
E se le palle o le gafi d’artista, da Courbet a Nauman, possono permetterci di fare questo, ben venga.

 

, Roberto Binetti

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