Chi ha imposto il cinema narrativo?

Con le avanguardie era tutto così libero

Stefano Arduini 03\03\2017

Prima che esistesse il green screen, prima del digitale, prima ancora del colore e prima di Hitchcock e Orson Welles, fai ancora un passettino indietro nel tempo quando anche il sonoro era solo un miraggio ed eccoci, ora ci siamo fra: quando il cinema non era ancora il cinema. È l’inizio novecento, le avanguardie artistiche diedero una ginocchiata in faccia all’Europa intera, demolendo l’idea romantica d’arte formatasi nel tempo e buttando via tutto ciò che era stato creato sino a quel momento. La prospettiva razionale rinascimentale: via! Il messaggio veicolato dall’opera: via! Più nulla! Più nulla! E il cinema ebbe la (s)fortuna di nascere proprio in mezzo a tutto sto casino, con i fratelli Lumière, che verso fine ‘800, presi bene dalla loro ultima invenzione, il cinematografo, iniziarono ad andare in giro per il mondo filmando le persone, i paesaggi e brevi scene di vita quotidiana; rappresentavano ciò che vedevano su pellicola, senza la volontà di narrare una storia, solo forme ed emozioni.I fratelli Lumière per questo sono considerati gli ultimi fra gli impressionisti. Differivano dai soci pittori solo per la tecnica utilizzata nelle loro rappresentazioni: semplicemente, anziché olio su tela ecco luce su pellicola, ma lo spirito era lo stesso. Il cinematografo allora era una macchina che buttava fuori arte da tutti i pori.

Dopo i Lumière arrivarono i futuristi, seguiti a ruota da cubisti, dadaisti e surrealisti. I primi, capitanati dal Marinetti, che esaltavano la potenza della tecnologia e la velocità della macchina, convolarono a nozze con un mezzo dalla portata rivoluzionaria come quella del cinematografo, con il quale realizzarono ogni loro più bieca perversione. Storie d’amore e di morte di donne abitanti case dalle pareti psichedeliche e vestite di un lusso eccessivo e stravagante (Thais), o uomini vestiti da pezzi degli scacchi combattersi su un pavimento a scacchiera (Il re, le torri, gli alfieri). Ma la summa della loro arte rimane vita futurista: in cui dei frate futuristi andavano in giro per Firenze a tirare schiaffi e tumbulate a comuni passanti. Insomma, un’opera cinematografica dall’ineguagliabile valore, che Kubrick levati proprio. 
Ma chi più di tutti mise spalle al muro il cinema e lo violentò sino a non lasciarne più neanche una briciola fu Marcel Duchamp. Eh sì, proprio lui! Magicamente lui! Incredibilmente lui! Non gli è bastato prendere un cesso e sbattertelo in faccia all’interno di un museo, doveva prendendosi gioco anche del cinema. Fu così, che insieme al suo best, Man Ray, prese e realizzò Anémic cinéma, dove la prima parola è anagramma della seconda. Cinema anemico: un sinonimo di cinema povero, senza significato, in un film composto da una serie di spirali concentriche, alcune delle quali veicoli di messaggi teoricamente (e forse anche praticamente) privi di significato, come: “incesto o passione di famiglia, tirati a colpi eccessivi”. Ma “Il pensiero si fa nella bocca” predicavano i dadaisti e Ducahmp con loro per giustificare il fatto che prima una cosa andava detta, e dopo, in caso, si poteva iniziare a ricercare un significato.

Insomma fra, all’epoca vigeva una grande idea di cinema: visivamente folle e narrativamente inconsistente, in cui italiani e francesi la facevano da padroni. Che cosa è successo allora dopo? Sono successi gli americani, ecco cosa. I dannati americani, ancora una volta dimostrano che non sono in grado di stare nel loro, e intuendo il potenziale commerciale della nuova arte, la rapiscono e la portano nel loro paese: e lì ciao che violenza. Così il cinema narrativo, fatto di tempo lineare e spazio continuo, il cinema diventa illusione di realtà, e non più distorsione della stessa. Il problema è che questa nuova illusione di realtà vende bene, e l’Europa, per non rimanere indietro, si deve adeguare. Cazzo. 
Se le cose fossero andate diversamente e gli americani non ci avessero mai messo lo zampino forse ora vivremmo il cinema in maniera completamente diversa, forse in modo più simile a quello in cui viviamo la fotografia: di libero accesso a chiunque e con mostre dedicate in ogni città; e forse le accademia di pittura/scultura presenterebbero la materia “cinema” nel proprio piano di studi e nei musei non sarebbe relegato ad una buia stanzetta dove proiettano i brevi corti di alcuni artisti, quasi con sdegno, come fosse un cinema porno.

                         

, Stefano Arduini

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