Abbiamo partecipato ad un'asta fallimentare

E abbiamo scoperto un micro universo

Giovanni Fona 23/01/2018

Nella vita, già sai, le cose non vanno sempre come te le aspetti e può capitare che un giudice fallimentare ti dica che devi vendere casa tua per recuperare i soldi che devi ad una banca. Queste vendite forzate avvengono durante le aste giudiziarie e, dato che studio legge e la cosa mi ha sempre incuriosito, ho deciso non solo di andare a dare un’occhiata, ma di provare a partecipare alla vendita di un appartamento.

Trovare un’asta su Internet non è stato difficile, c’è addirittura un’app che indica quella più vicine a te. Un po’ più lungo è stato leggere le perizie sugli immobili, dove ho trovato anche le storie dei vari esecutati (quelli obbligati a vendere), scoprendo che magari avevano aperto un mutuo e poi perso il lavoro, oppure avevano iscritto un’ipoteca sulla prima casa perché era l’unico modo rimasto per farsi prestare altri soldi. Non roba esattamente da presa bene, insomma. Ma non mi sono fatto impressionare e ho visitato l’immobile. La guida – nel mio caso l’ex proprietario – ha fatto fare un veloce giro dell'appartamento a me e agli altri interessati e tutto sommato sembrava anche divertirsi: era al quarto tentativo di vendita dopo tre andati a vuoto. L’appartamento però era messo bene, quindi ho consegnato tutta la documentazione in busta chiusa, più il 10% della mia offerta come cauzione, con la paranoia di non sbagliare nulla, pena la perdita dei soldi che avevo anticipato.

La sera prima ho cercato di dormirci su con scarsi risultati e più che altro ho controllato un centinaio di volte su internet ora e aula assegnati al mio immobile, pensando a cosa sarebbe successo il giorno dopo. Io non so come tu immagini una vendita forzata, non so neanche se ci abbia mai pensato in effetti, ma personalmente credevo sarei finito in una silenziosa aula di tribunale, da solo con una decina di altri interessati e il notaio che procedeva annoiato: ma come ti ho detto fra, le cose non vanno sempre come te le aspetti.

Il giorno dopo, infatti, l’impatto col tribunale è tipo fiumana di gente in coda al body scanner – dopo la storia del tipo che ha sparato in aula, mi dicono, cercano di essere un po’ più seri con i controlli. Scivolato all’interno, cerco di capire dove andare e, visto che tutti son di fretta e incazzati, decido di arrangiarmi con i cartelli. Raggiungo l’aula in un’altra ala del tribunale con abbondante anticipo e mi rendo conto di quanto distante dalla realtà fosse la mia idea: sulla porta dell’aula viene appeso un foglio con l’elenco delle vendite in programma, saranno minimo una ventina e c’è un foglio simile su altre quattro, cinque aule; capisco quindi che la situazione è un po’ come gli esami orali: sai quando inizia l’appello, ma non sai mai quando sarà il tuo turno.

Mentre il corridoio si riempie di gente noto, nella mischia, solo due signori in disparte che rappresentano lo stereotipo di chi mi sarei aspettato di trovare: businessmen in giacca e cravatta con tanto di 24 ore, capello brizzolato e camicina azzurra. I più invece sono stranieri, principalmente indiani e pakistani (nomi, cognomi e luogo di nascita vengono proclamati prima dell’asta), in gruppi numerosi di amici o - cosa che mi stupisce - con famiglia al seguito.

Finalmente, con una buona mezz'ora di ritardo, si aprono le porte. Presto si fa fatica a respirare tanto l’aula è piena e dato che i posti a sedere saranno una decina, il resto della gente si accalca, dove trova spazio. Tutto inizia a svolgersi un po’ alla buona nel brusio generale dato che molti partecipanti sono completamente disorganizzati e i bisticci con il notaio toccano i più vari motivi: c’è chi si è iscritto a più aste e pretende di posticiparne una, chi manda un parente a dire che è in ritardo e chi proprio non ce l’ha fatta e vorrebbe far partecipare un amico al suo posto. Mi guardo divertito la scena del notaio, che richiama il silenzio diverse volte, ma la prima, drammatica, asta mi fa capire che per molte persone quel caos è una cosa serissima.

I protagonisti sono due uomini indiani sulla trentina, entrambi hanno presentato un’offerta per un appartamento molto economico in città e sono accompagnati dalle rispettive, numerose, famiglie. Dopo aver aperto le buste, il notaio li fa alzare in piedi, uno accanto all’altro, davanti alla commissione e ricorda le regole: si parte dall’offerta più alta e ciascuno ha 60 secondi per rilanciare, di cui gli ultimi dieci sono scanditi da un conto alla rovescia. Tutto chiaro, partiti. Le offerte iniziano a saettare l’una sull’altra, come un botta e risposta o una partita a morra cinese, ma gradualmente rallentano con il crescere del prezzo: nessuno dei due però vuole mollare l’osso. Anche il brusio in aula cala fino quasi a sparire e tutta l’attenzione finisce sulle offerte che si avvicinano sempre di più al conto alla rovescia. Mancheranno una quindicina di secondi quando, nel silenzio, arriva un ultimo rilancio: l’altro contendente ascolta e china il capo, mentre i sessanta secondi scorrono. L’appartamento è stato aggiudicato e se da una parte c’è composta delusione, dall’altra si attaccano al telefono per comunicare la notizia. Neanche il tempo di pensarci su e il notaio sta già annunciando il prossimo lotto.

È così che ho capito che più che per business, molti si approcciano a queste vendite con la speranza di ottenere una prima casa propria. E per quanto le cifre siano basse vi assicuro che la posta in gioco era molto più alta rispetto alle vendite di ville, attici o addirittura complessi industriali che ho visto durante quella giornata.

E se te lo stai chiedendo, no: non ho vinto la mia asta. Un tizio ambiguo al telefono ha rilanciato senza problemi e sembrava poter continuare a farlo ben oltre il mio budget. E poi dai mi ci vedi che prendo un appartamento, ero poco credibile.

, Giovanni Fona

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