Storia dell'Argot lo slang dei tefra nelle Banlieues

E già se hai capito il titolo sei sulla buona strada

Chiara Novali 09/02/2017

Il termine Argot è francese e, benché la sua etimologia sia ancora oggi misteriosa, è entrato a far parte dello slang giovine parigino al punto che è  stato scritto un dizionario argotico. Indica una lingua minore con una storia e un’area di utilizzo ben precisa; lontano dal dialetto, il continuo evolversi dell’argot l'ha reso un po’ la pecora nera della linguistica e dato che a noi le pecore nere sono sempre piaciute ecco qualche info in più per conoscerlo.  Come si impara e dove si trova? O vai in biblio e cominci a sfogliare libri, o vai in strada e cominci ad abbozzare conversazioni, abbordando passanti. Quest’ultima è l'opzione più street per cui si richiede di metterci la faccia e se poi non capisci fra, forse è meglio che torni in centro. 

I più, hanno conosciuto l’argot attraverso la letteratura di Emile Zola e Louis-Ferdinand Céline, per dirne due. Tra l’altro, non proprio due tizi a caso, dato che hanno scritto alcune tra le pagine più fiche della letteratura francese e oltre che alcune pagine della storia francese. Zola non perdeva tempo a fare gli ape nel quartiere latino a Parigi e, mentre il XIX secolo volgeva al termine, era già amico dei pittori impressionisti, tipo Gauguin. Era un giornalista che parlava di attualità, tipo che ci aveva visto giusto quando aveva deciso di schierarsi a favore di Alfred Dreyfus, un ufficiale alsaziano ebreo, vittima di un piccolo malinteso che poi diventò un caso etico, politico, sociale, diplomatico, a livello europeo. Una cosetta insomma. Ma Zola è soprattutto l’autore di pagine-pagine-pagine-pagine-pagine-pagine, che insieme fanno un mega libro: Il ciclo dei Rougon-Macqart, in cui dipinge, con vera maestria, le vite degli operai della Gutte d’or, quartiere della Montmartre dei tempi in cui ancora Hemingway non si sollazzava con i compari. E Gutte d’or, nonostante il suo bel nome, indica una realtà misera, la  « goccia » era una pozzanghera e l’  « oro » era la vera povertà. Ecco quindi come l’argot si è infiltrato nelle pagine di « Germinale », « Il Mattatoio », « Nanà »: era la lingua che parlavano gli operai, le lavandaie, i pischelletti che giocavano a palla dans la rue e i falliti scrittori che vivevano nelle bettole.
Céline, un secolo dopo, facendo il medico durante la Prima Guerra Mondiale, la miseria la vide ovunque. A Londra, tra i bordelli, al fronte, tra i soldati, i feriti, i morti. Non ne poteva più e «Viaggio al termine della notte» inizia scaraventandoci in questa realtà: «È cominciata così. Io, avevo mai detto niente. Niente. È Arthur Ganate che mi ha fatto parlare.» per poi esplodere in  quel linguaggio che è una prosa fatta di puntini di sospensione, bestemmie e argot. Ho scelto due esempi autorevoli per dare dignità a questa parlata e per far vedere come l’argot si addica alle cose vere, autentiche, che non puoi proprio spiegare altrimenti.




Chi però vive a Parigi nel 2k17, non parla più l’argot di due secoli fa. Adesso si fa questa distinzione, che spesse volte è un po’ labile tra Argot, street langage e Verlan. 
Dell’argot, qualcosa si è conservato:  Guignol  che dà il titolo ad un altro libro di Céline, lo puoi usare e vuol dire «Malcapitato», uno che nella vita fa un po’ brutto, ma con onestà di spirito. Poi, ci si è ammodernati e puoi dire tipo gros che vuol dire « frate, zio ». Di una soirée puoi dire ça bouge, che significa che è una roba che «spinge forte». Tra i più utili c'è ça chauffe les gens! se tipo vuoi che i tuoi amici si carichino per qualcosa. Ci sono i termini che indicano il lavoro a seconda del grado di sbatta: boulot, shift per dire «lavoro, impiego», taff invece è già più «lo sgobbo».
 Lo street langage lo puoi usare nel parlato mescolandolo all’Argot e lo avverti nelle espressioni che non per forza appartengono a un vocabolario o ad un’area precisa. Se non lo parli, puoi anche scriverlo così come lo pronunci. Mwa je pe pa parc ke je dwa travayer  è il francese Moi, je peux pas parce que je dois travailler, ovvero «Io non posso, perché devo lavorare».
 Altri esempi sono: Un truc de ouf! aka «Una cosa pazzesca!», Tu pètes un cable ! per dire «Oh, ma che pezza mi stai tirando!», La flemme de bouger «Non ho sbatta di uscire », T’es mignonne, ma pouce ! « Sei carina, dolcezza! » e subito appare Vincent Cassel con la cuffia della Carhartt. 
Cosa totalmente à se è, invece, il Verlan. Stai in ocio, che non è come il poeta Verlaine, ma si legge come si scrive ed è la parlata al contrario, o meglio A l’envers (L’EN-VER). Esatto fra è una specie di trancorio e qua, chiaramente, ci sono tremila parole perché, voilà, con un po’ di fantasia anche mia nonna potrebbe cominciare a invertire le lettere.



Se dici renoir  non è che hai un’improvvisa visione di un quadro del pittore, hai solo visto un uomo nero, noi-r e la "e" la aggiungiamo per non essere cacofonici. Per dire « tipa », usi meuf, che nasce come Verlan, un po’ storpiato, di femme. Certe volte è facile riconoscere una parola di Verlan, ma ci sono casi in cui non si capisce proprio da dove cazzo sia saltata fuori, tipo flic  che vuol dire « polotto\poliziotto » ed è Verlan. 
Ecco fra una precisazione importante, tutta questa succosa miscela di mezze parole, versi, erre mosce e cose al contrario, non si scrive, a meno che tu non sia Céline. In fondo è anche bello scoprire tutto un po’ alla volta, capire dopo una settimana cosa ti ha detto quel tizio al bar quando gli hai chiesto un caffè, o perché la tua coinquilina ti ha guardato un po’ storto dopo che ti ha chiesto di passarle l’olio e tu in risposta hai urlato alla finestra «vi amo tutti».

, Chiara Novali

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