LSBP è una benedizione per l'udito

E anche per la mente

Federico Gambato 24\03\2016

Only the Youngest Grave di Lost Salt Blood Purges è il doppio LP d'oltreoceano che ha aperto l’anno in modo parecchio impetuoso con due ore di perturbazione sonora senza vincoli, un Art Attack in cui speravamo ancora l’anno scorso. In effetti è stato un 2015 elettronicamente carente, fatta eccezione per Foreign Fighters e una buona manciata di lavori dalle retrovie noise-drone. Restano dischi perlopiù cantati,  synthwave o quelle mezze indiate a mo’ di Ah! Kosmos che per carità va bene tutto ma poi se le ascolti bene stancano.
Oneohtrix Point Never con il suo Garden of Delete, Fennesz con gli Ozmotic, come pure i sopracitati eroi di Bandcamp passano un po' inosservati, sia per carenza in fatto di marketing, sia per la fruibilità fin troppo limitata degli album prodotti. E d’altronde un’avanguardia richiede impegno nell’interpretazione, sommaci poi la poca pubblicità autoreferenziale e la quasi totalità degli utenti è tagliata fuori. Inoltre il target elettronico è in maggioranza clubbistico e ha come fulcro la musica ballabile, il che limita parecchio le possibilità tecniche e stilistiche in sede di produzione. Il risultato (le eccezioni comunque ci sono) è un'interminabile lista di lavori musicalmente simili tra loro, ridondanti nel ritmo e nelle timbriche, sicuri nella gabbia della comunanza sonora standardizzata; un po‘ come successe al Rock nelle generazioni precedenti. Senza contare il continuo ripescare "vecchi" samples rimessi a nuovo e spacciati come elementi raffinati. Mi ricorda tanto i poco onesti commercianti che staccano le etichette ai prodotti scaduti per poi venderteli come freschi. Uno scenario già in difficoltà che non viene aiutato da critiche interne spesso contraddittorie che, se creano dibattito e quindi visibilità, spesso finiscono in inconcludenti giudizi approssimativi.
Bene: l’Only the Youngest Grave in questione l'elettronica se la mangia a colazione. Ne fa propria la modularità dei suoni in un album che vanta una nitida collezione di strumenti semi-orchestrale. Lost Salt Blood Purges aka Michael Snoxall è un giovincello australiano tipo della mia età con diverse band alle spalle con le quali sembra avere dei conti in sospeso e una neonata carriera solista avviata l'anno scorso con due lavoretti.

Anche lui è entrato nella schiera degli eroi di Bandcamp, i suoi super poteri sono:
-percussioni;
-violini;
-tastiere;
-fiati;
-voci e field recordings;
-produzione e registrazioni.

Ai collaboratori rimane ben poco se non le chitarre ed eventuali accorgimenti, tra questi figura anche Volcanic Queen, artista nel giro di label dello stesso quartiere e con cui Michael ha pubblicato, verso metà febbraio, un breve LP.

Only The Youngest Grave è un disco bilanciato, verso un'elettronica ridotta all'osso, spolpata da ogni sorta di accenno melodico su cui prevale indistintamente il lato noise. Gli strumenti fanno il resto, seguendo a turno un andamento solo apparentemente aleatorio. Come in Oneiric, annunciata da un’intro di chitarra acustica, in cui la melodia tende a sporcarsi sinuosamente finendo per mantenere la propria struttura periodica fino alla fine. Un processo che ricorda molto componimenti avanguardistici, in cui il composto è portato all'apice di complessità per poi ridisgregarsi nello stato iniziale. Un’idea di fondo che bene si applica a questa traccia.
Chiusa la parentesi strutturale, ci aspetta una tappa completamente inversa. Il rumore pungente e discreto di pochi attimi prima è ora un gorgo vorticoso e una mano fredda preme il viso della vittima, un labile piano di fondo, contro un cuscino di droni che lentamente lo soffoca, mentre riappare, come in una sigla di chiusura, la chitarra iniziale. Ipotizzo allora una composizione che man mano acquisisce un andamento tribale e primitivo, ma l’ipotesi svanisce a circa metà strada con Lanthanesthai, crocevia determinante i cui toni sanciscono la transizione all’interno dello split.
La seconda è la parte più ardua riservata agli esploratori più coraggiosi: una fitta giungla, in cui tuonano percussioni esoteriche, figlie della precedente impronta melodica e che giungono a The Spirit Meets My Skin, i cui fiati rimarcano atmosfere di etnia orientale, in cui possiamo trovare un’alternativa alle colonne sonore di Fumio Hayasaka nei film di Kurosawa o Kobayashi. Una mossa che risulta ben pensata in vista di un’imminente ridiscesa noise, un valido stacco che senza dare nell’occhio trascina l'ascoltatore nelle successive tre tracce lontane da accodi e alte frequenze. 

Il premio per il paio di ore di traversata è un finale di tastiere ordinate e composte, in sottofondo si avverte il lento scorrere di un ruscello su cui brevi rintocchi campanacci tracciano i titoli di coda del secondo tempo. La colonna sonora perfetta di un film da vedere ad occhi chiusi.

, Federico Gambato

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