Lo strano caso di David Jewberg

L'analista e diplomatico del Pentagono che non è mai esistito

Federico Gambato 16\05\2018

Quando venne scritto per la prima volta un articolo su David Jewberg in un quotidiano ucraino, lo si descriveva con un curriculum di tutto rispetto. 
Diplomatico presso il pentagono, ex soldato veterano in Yemen, Somalia, Afghanistan, Iraq e via dicendo, analista della pubblica sicurezza americana, nonché consulente per il ministero della difesa. Una cascata di impegni che ben evidenziano le capacità di questo giovane specializzato nella campagna di informazione contro l'attuale governo russo, e forte sostenitore delle fila ucraine.
Le foto presenti nei suoi social lasciano trasparire, oltre ad una carriera di tutto rispetto, una ordinaria vita sociale condita da una notevole partecipazione alle discussioni online, quest'ultima ben carburata da un grosso numero di follower in ogni suo profilo social (Twitter, Facebook Google + ecc.). La sua popolarità nelle campagne anti-Cremlino raggiunse l'apice nel 2015 quando una giornalista russa, Ksenia Kirillova lo citò come uno dei punti di riferimento tra le fonti d'informazione. Ma non è tutto: David scrisse anche una lettera agli HQ di Facebook (poi ritradotta da un giornalista russo) che venne condivisa da un bacino enorme di persone.

 Anche ai giornali filo-governativi arrivavano le frecciate di Jewberg: tra le tante, in un'intervista, il funzionario avrebbe dichiarato che in un'ipotetica guerra Russia-Nato la nazione guidata dallo Zar non avrebbe superato i 20 giorni.
A seguito di queste uscite, qualcuno cominciava a domandarsi come un funzionario del Pentagono si potesse permettere certe affermazioni con riferimenti specifici all'armamentario americano, tant'è che a seguito di alcune dubbi sollevati sulla sua reale occupazione, Jewberg pubblicò diverse scansioni dei presunti documenti e tesserini d'identità in suo possesso.
Ad una non troppa difficoltosa analisi ci si rende conto di come le foto che appaiono nei documenti siano palesemente ritoccate, elemento sufficiente a spingere Bellingcat, una rivista specializzata in conflitti ucraino-siriani, ad indagare ulteriormente.
David Jewberg non è altro che una identità fittizia usata da una o più persone per incentivare una campagna anti governativa. Tra le persone reali connesse al profilo etereo ne spiccava una in particolare per diffusione e approvazione dei post fin dalla nascita degli account social, un finanziere russo di nome Dan Rapoport.
La stessa giornalista russa che aveva elogiato le gesta online del falso David fornì prove a sostegno della connessione tra Jewberg e Rapoport evidenziando come ci fossero potenziali interessi legati alle attività di quest'ultimo. L'ultimo anello della catena che collega il finanziere al profilo, è l'identità stessa utilizzata per la creazione di David Jewberg, si tratta di Steve Ferro, un ex-compagno di scuola di Rapoport.

Nemmeno a Bellingcat sono però riusciti a trovare una spiegazione convincente sul perchè si sia speso tempo e denaro a sostegno di un qualcosa che si avvicina più ad uno scherzo che altro. Dopotutto i personaggi coinvolti nella vicenda hanno commesso diversi reati di falsificazione puniti dalla legge americana, senza contare gli elementi forniti a sostegno dell'appartenenza al Pentagono, tra cui foto interne alla struttura, una mail e i tesserini, sebbene contraffatti. 
Se tra le conoscenze di Dan Rapoport c'è poi Ivanka Trump la fantasia di Bellingcat vola attorno a più di qualche sospetto, riguardante la famiglia Trump, nei precedenti sulle elezioni; ma non c'è traccia di altro se non di qualche vaga supposizione.
Il rasoio di Occam suggerirebbe, come motivazione, un indignato ex-cittadino russo devoto alla causa; anche se, a vedere bene, nella vita privata di Rapoport, la devozione sembra più rivolta alle sue occupazioni. Certo che David Jewberg boh, a me sembrava la pagina di un meme.

, Federico Gambato

Lascia un commento all'articolo