Per fare foto devi essere coraggioso

Come insegna quello zio di Bresson

Chiara Novali 22\11\2016

Parigi è grande, lo si sa. Arrivi qui e ti aspetti che ogni cosa sia maestosa e imponente come una promenade sugli Champs Elysées. Invece poi scopri luoghi meno grandiosi, quasi intimi, tipo la  piccola mostra a Saint Germain-de-Près, dedicata al magnifico Henri Cartier-Bresson. Ci sono arrivata quasi per caso – e certo anche grazie al GPS – e mi sono ritrovata di fronte a diciannove fotografie, sorvegliate da una sola ragazza, mentre accoglieva chi come me si era giostrato tra le viuzze del quartiere perdendosi diverse volte. Prima di entrare mi dice che in questa piccola mostra le fotografie sono state disposte secondo un criterio deciso dallo stesso artista, prima di morire: un progetto mai attuato che voleva accostati gli scatti più conosciuti, tipo quelli di street photography, ad altri meno famosi, ma certo storicamente più importanti. Si potrebbero scrivere numerose pagine su questi pochi scatti, così come semplicemente si potrebbe tacere, che le immagini sembrano proprio dire “bella frate, guardami e stai zitto”. Ed effettivamente solo dopo essermene stata un po’ zitta ho cominciato a riflettere su una cosa: quanta minchia era fortunato Henri a trovarsi sempre nel posto giusto al momento (storico) giusto?!

Foto 1

Per spiegarmi prenderò come esempio la fotografia che immortala la caduta del Kuomintang nella Cina del 1949 e la ben più famosa “Derrière la Gare Saint Lazare”. Nella prima si può vedere un gruppo di donne e uomini accalcati in una fila indiana molto precaria. Alcuni di loro guardano verso l’obiettivo, altri invece sono troppo presi dal momento per farci attenzione: sono i volti più veri e umani che danno potenza al momento perfetto dello scatto, a quello che Geoff Dyer chiama “l’infinito istante”. Accanto a questa scena eccezionale (nel senso che non è che giri l’angolo di casa e te la trovi davanti) stava la seconda fotografia, rappresentante il famoso uomo-ombra che salta una pozzanghera a Parigi, dietro la Gare Saint Lazare. E un tipo che salta una pozzanghera è una scena molto meno eccezionale se ci pensi. Quindi perché Bresson voleva due generi di fotografia così diversi - reportage storico, di guerra e di cruda verità l’uno e scatti rubati dal quotidiano, che diventa prodotto artistico, quasi finzione l’altro – vicini?

Foto 2

Ma guardiamo un’altra foto in mostra. Nel 1931 il nostro fotografo è andato a Berlino e ha pensato “bella, Berlino val bene una messa; siamo nel 1931, ci sarà pur qualcosa da fotografare con sta Leica m-3”. Così tra i vari scatti ecco il ritratto di due taxi drivers. I loro sono dei visi brutti: quello in primo piano è largo e la fronte cicciosa è messa in ombra dalla visiera del cappello. Sembra in cerca di una birra e un hamburger. Il secondo parla di meno, è più magro, quasi smunto, e anche lui fissa l’obiettivo. Il suo viso è fuori fuoco, sembra quasi passare di lì per caso, eppure è essenziale alla fotografia, che grazie a lui trova equilibrio. Come l’equilibrio dato dai volti dei cinesi accalcati in fila nella prima foto.

Foto 3

Certo, “La fortuna aiuta gli audaci”, ma per essere audace devi essere coraggioso e pensare a quello che stai fotografando. Bresson è una leggenda perché la sua è una fortuna fatta di coraggio avventuroso, di rischio, di bellezza ragionata, di momenti che spaccano e che vale la pena immortalare. Accostando due generi di fotografia così diversi Henri voleva mostrare come un bravo fotografo debba andare in guerra con lo stesso spirito di avventura e curiosità con cui cammina per strada e con cui, al momento giusto, immortala una scena vista per caso. Ecco perché Bresson spacca: non tanto perché è un raga che ha avuto fortuna, quanto perché ha avuto per tutta la vita l’audacia di andare a cercarsela. Perché il macellaio in parte a casa tua e il cassiere del supermercato all’angolo sono solo due soggetti a caso, ma possono diventare i soggetti di una Fotografia se sai quando immortalarli. Quindi sii audace fra, che la storia si scrive tutti i giorni ed è fatta di attimi che aspettano di essere fotografati.

, Chiara Novali

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