Dal silenzio alla drone music

L'avanguardia ambient che molla i salotti borghesi

Federico Gambato 14\02\2017

Che rumore fa il silenzio?
Che sia retorica o tipico topic da 420, se lo chiese anche il famoso compositore e avanguardista John Cage, uno che di rumori se ne intende, per cercare di dare un significato più profondo al concetto di silenzio.

La domanda è apparentemente paradossale ma racchiude in sé un significato complesso.
Una biforcazione delle correnti di pensiero, quella metafisica e quella più razionale hanno cercato in molti modi di spiegare sotto quali condizioni possa prendere forma una frase che sintatticamente pare una contraddizione.
Per fra Cage la meccanica c’entra poco, il silenzio assoluto non può esistere: la nostra intera vita è fatta di suoni e rumori, più ci si avvicina al silenzio e più una nuova classe di vibrazioni si fa strada sino al nostro timpano.

Non lo dice a caso, ma dopo aver provato l’esperimento della camera anecoica.
Fisicamente invece il concetto di silenzio ha senso solo nel vuoto cioè nella totale assenza di materia, nello spazio è circa così: anche se, capiamoci, il concetto stesso di vuoto è chiaramente più astratto.
Fondamentalmente nello spazio il suono non si propaga, potenzialmente potremmo assistere ad un silenzio vero, ma dovremmo rinunciare ad un’eventuale tuta spaziale, il che ci procurerebbe una morte poco simpatica.
È quindi chiaro che viviamo in ricezione continua, anche quando “c’è silenzio”. Nonostante l’uomo produca e ascolti suoni artificiali più o meno da sempre, abbiamo imparato ad interpretare i suoni quando ancora l’evoluzione non era giunta a permetterci di forgiare i primi strumenti musicali.
Il ticchettio della pioggia, lo scoscio di una cascata, il concerto prodotto dai rumori di una foresta sono forse la più primordiale forma di musica mai ascoltata dall’uomo. 

Quale confine c’è tra la musica che conosciamo e questa sua forma più primitiva che in comune ha soltanto un riempimento del vuoto creato dal silenzio?
Negli anni ’70 il celebre, come ama definirsi, “non musicista” fra Brian Eno coniò per la prima volta il termine “ambient” in riferimento alla musica ambientale, ma più in generale la definì come:
 
“Ambient Music is intended to induce calm and a space to think”
 
Eno non inventò proprio nulla, potremmo dire che egli sta all’ambient come Edison sta alla corrente.

Fatto sta che fino al suo primo capolavoro “Ambient One-Music for Airports” quella musica distensiva, calma e anonima che poteva essere ascoltata come contorno, senza troppe attenzioni, era nient’altro che un sottofondo.
Tra i primi terreni di coltura in cui l’ambient prosperò fu il cinema, chiunque ne abbia una cultura sufficientemente ampia sa come essi siano intrisi di intermezzi o intere colonne sonore ambientali (tipo Music for Films dello stesso Eno), ed effettivamente uno dei primi utilizzi fu proprio questo, come del resto il titolo dell’album di Eno richiami l’atmosfera da sala d’attesa.

Ad ogni modo dalla prima release ambientale il genere divenne materiale di scambio per l’elettronica che germogliava proprio in quel periodo, il krautorock di Tangerine Dream e Bark Psychosis già possedeva elementi ambientali descritti da Eno: non rimaneva che amalgamarne gli ingredienti.
L’impasto diede vita a opere in cui pare non ci sia spazio per atmosfere distensive: si parla di generi come house e techno, black metal e chill out.
Quest’ultimo in particolare diede il via alle cosiddette chill-zone, luoghi in cui prendere una pausa dalle lunghe tirate di dance floor in quel di Ibiza.
Una sorta di pausa caffè insomma.

Mentre la sperimentazione regalava agli ascoltatori nuovi paesaggi sonori da visitare, nella musicologia la musica ambientale era già terreno fertile per filosofia e interpretazione, dall’estremismo dei concetti di Cage ed altri minimalisti nacquero componimenti adatti all’ascolto intelligente e basati, più che sul piacere ed il coordinamento armonico, su di un concetto puramente astratto e d’avanguardia.
Ma l’ambient rampicava trasversalmente e in modo a sé stante dalle piste da ballo e dai salotti borghesi. 
Ad una manciata di suoni lenti e sinuosi divenne fondamentale aggiungere i bordoni, la propagazione indefinita e asincrona di quelle note abituate a rimanere in secondo piano divenne il panorama principale su cui sperimentare, nacque dunque il concetto di musica drone.

Il modo più semplice per identificare un drone è ascoltare il suono di un sitar o pensare semplicemente ad una chitarra che sostiene sempre la stessa nota. Nonostante la banale definizione il bordone è fondamentale in molte branche della musica, un famoso musicologo, Peter Van Der Merwe lo defini come “la più semplice ma più fertile tra le costruzioni armoniche”.
Ambient e drone sono concetti molto simili, cannibali per certi versi, ma il modo in cui essi sono assimilati e rimescolati ad altre correnti ha dato vita ad innumerevoli ramificazioni sonore ancora oggi in evoluzione.

L’incontro tra i due generi fu inoltre il culmine della fusione culturale tra mondo occidentale ed orientale, le etniche danze asiatiche si univano ai sintetizzatori europei, il piano minimalista incontrava il riverbero della rudra.

Nonostante l’entrata in campo del bordone, l’evoluzione globale del genere fu comunque lenta e marginale, del resto più una composizione è estesa. flemmatica, meno elementi si possono associare al suo interno (senza lederne l’identità eh)
 
È facile verificare questo fatto confrontando dell’ambient recente e un qualsiasi disco affine uscito dagli anni ’70 in poi. Al netto di suoni new wave e varie alterazioni droniche lo schema tipico non è per nulla diverso. Un’altra peculiarità che è stata mantenuta intatta è lo schema delle composizioni che solitamente varia dai 5 ai 60 minuti a seconda della strategia di mixaggio e fading tra le singole tracce. C’è chi preferisce un lungo parto di 2 ore e chi una serie di capitoli piuttosto uniformi. Questa frammentazione ha diversi scopi, a seconda del luogo d’ascolto cui è destinato o all’eterogeneità delle sfumature sonore presenti nell’album.
Questa è un semplice esempio di come la traccia sia modellata in base all’uso per cui è stata prodotta:

Più di un’ora di ascolto concentrati in un’unica battuta, in questo caso destinata ad una sessione di yoga, mentre sempre lo stesso artista riporta un secondo schema in cui il disco è più frammentato.

Altre volte la frammentazione è il fulcro del lavoro, per Thomas Koner due anni di viaggio attorno al globo si traducono in registrazioni d’ambiente (field recording) suddivise per ogni tappa del suo itinerario. Una delle tappe è Roma, si riconosce dall’annuncio del treno e una ragazzina che strilla “mona” mentre Koner registra ignaro.

La staticità con cui la musica ambient persiste ne ha fatto un vero e proprio scudo contro le tendenze musicali sin dalla sua creazione, ogni tentativo di modellarla ha portato all’inesorabile distaccamento dal genere padre. Ecco perché è sufficiente aggiungere un semplice ritmo per sfaldare il tutto. 
La chillout stessa è un compromesso tra quiete e ritmo.

Quindi folks: ora che sapete perché esiste, non rimane che creare la situazione giusta in cui ascoltarla, mentre passeggiate lungo la strada sentirete il rumore del traffico interferire con la composizione, il che la rende decisamente interessante, ma magari sarebbe più consono un luogo più silenzioso per apprezzarne ogni singolo tono.

Cuffie sempre raccomandate, o nel caso una buona scorta di basse frequenze, provare per credere.

, Federico Gambato

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