2k15 odissea nella musica

Mitragliate di album, ep e lp stanno colpendo l'anno corrente. ecco cosa ci piace

Federico Gambato 17\05\2015

Mentre scrivo probabilmente qualcuno sta pubblicando l'ennesimo album del 2015. Mitragliate di nuovi lavori stanno infatti seguendo il concludersi del rituale letargo di riflessione e contemplazione di molti artisti. Non sempre tuttavia assaggiare la vita dell’eremita corrisponde ad una conseguente uscita di prodotti di qualità. Un caso è quello del noiosissimo album di Nosaj Thing e dell'immancabile Sufjan Stevens, acclamato "Santo Subito" dagli ultras dell'indie folklore. Ma non tutto va poi così male. C’è infatti anche chi decide di passare il letargo a prendere il vecchio e a metterlo da parte, ricrea un pacchetto di suoni da far risuonare in synth più taglienti, pieni di grime aggressivo e virtuoso e dà alla luce Dark Red. Grazie Shlohmo.

 

UN PO' DI USCITE

La breve notorietà di Dark Red è lo spunto per muovere più in profondità verso quei lavori snobbati o a malapena nominati a dispetto dei meriti e delle passate comparse sotto i riflettori della scena italiana e internazionale. Per riflettori intendo quelli piccoli e inaffidabili del vostro localaccio preferito, le prossime considerazioni si basano su trends molto soggettivi. Tanto per iniziare con un nome, Jon Hopkins ha pubblicato una raccolta in stile DJ kicks dal titolo Late Night Tales, una collezione di brani scelti da musicisti di vario stampo; tra gli altri Bonobo, Franz Ferdinand e Trentemoller. La selezione personale di Jon è molto variegata, va dal piano di Nils Frahm alle sperimentazioni di Ben Lukas Boysen (aka Hecq). Sarà a breve seguita da un secondo volume con tanto di presenza nostrana, se siete curiosi visitate il sito: www.latenighttales.co.uk

Lo stesso Nils Frahm quest’anno si è impegnato nell’istituzione di una nuova festività da aggiungere al calendario: il "Piano Day", giorno in cui ogni compositore può condividere gratuitamente con la comunità i propri lavori. Il fine è sempre quello di diffusione e pubblicità, incentivata dallo stesso Nils con il rilascio del suo ultimo album "Solo". Ma forse la notizia non è girata quanto sperato, dato che quasi contemporaneamente è stato pubblicato un disco simile dall'inequivocabile titolo "Compositions For Piano". L’autore, famoso per iniziative di crowfounding e condivisione di materiale gratuito (anche se non in questo caso), è il polistrumentista Benn Jordan, muoventesi in ambito elettronico con lo pseudonimo di The Flashbulb. Cacato manco di striscio. Non che sia nulla di eccezionale, specie confrontato con capolavori del calibro di "Soundtrack To a Vacant Life", ma è comunque un album ben costruito, in cui le melodie neoclassiche unite al tecnicismo maniacale di Benn non hanno nulla da invidiare al sopracitato “Solo”.

 

Continuiamo la nostra discesa agli inferi, con l’album che ha fatto discutere un po’ tutti, neofiti ed estimatori, l’indefinibile target che ruota attorno ai Godspeed You! Black Emperor. Il punto è che non ci si riesce ad accordare su "Asunder, Sweet and Other Distress", l'ultimo loro figliolo. Recensioni valide del disco ne trovate un po’ ovunque, anche se come al solito sarà l’ascolto a togliere ogni dubbio. Intanto penso di potermela cavare con un vago giudizio positivo che dipende più da cosa ci si aspettava da un gruppo del genere. Il breve letargo che ha partorito ASAOD ha sintetizzato i vecchi GY!BE in 40 minuti, rimuovendo spoken words e rumoristiche varie per riempirne il vuoto con un placido intermezzo drone, cosa che ha contribuito non poco ad indirizzare molti fans verso un giudizio negativo. Vi dirò, il live a Bologna ha confermato i feelings evocati dal primo ascolto e il cambio di rotta ha avuto un buon feedback da parte mia e, da quel che ho potuto vedere, pure dal pubblico dell'Estragon. Assunto certo che non posso definire l’album, un album originale.

Per rintracciare la tanto agognata originalità queste righe devono prendere tinte sempre più black, perché geniali ed innovativi sono stati album capaci di deviare l'orecchio mio e di altri verso qualcosa di completamente diverso. È un’aura spesso tanto positiva quanto effimera quella emanata dai lavori sopra citati. Un'aura eclissata nel vero senso del termine da qualcosa di decisamente lontano sia stilisticamente che geograficamente.

Quei tizi in nero non sono soliti a pennichelle simili, ma per l'occasione hanno accantonato quasi del tutto la loro anima doom e reso più di facile ascolto uno dei video meglio riusciti nell’approfittare dei movimenti planetari dell’anno corrente. Avrete sentito che c’è qualcosa di molto ambiguo in questi suoni, inspiegabile se non si parte da un presupposto che potrà far inorridire la maggior parte: dunque, parliamo di black metal. Chi ha già cominciato a proiettare nella propria mente stereotipi di gente in preda ad attacchi epilettici o cosparsa di sangue animale ha in parte ragione, ma è anche vero che ultimamente le pieghe prese dai vari movimenti metallari sono più simili a dinamiche appartenenti all’indie/underground. La situazione è cambiata rispetto a ciò a cui si poteva assistere durante un concerto dei Pantera qualche anno fa. Metalcore, post-hardcore e le varie sfaccettature di tizi che urlano si sono adattati alla generazione digitale e hanno perso quasi totalmente il tono rude e barbaro cui erano associati i predecessori (insieme all'abitudine di scrivere \m/), scatenando l'odio dei metalheads vecchio stile.

 

Idem per il black metal. I gruppi nascenti ormai difficilmente inglobano esclusivamente il genere nudo e crudo, ma tendono a esaltare l'atmosfera musicale prendendo dall’ambient, dal drone doom e simili. Ed è così che salta fuori "The Ark Work" dei Liturgy. Un '48, credevo solo un'illusione data dall'eccitazione del momento e invece un gran bel lavoro del cui risultato, dopo svariati ascolti, rimango ancora perplesso. Non so quanto volessero arrivare lontano, dato che forse non era del tutto chiaro nemmeno a loro. Certo è che la band di Brooklyn ha completamente abbandonato la propria identità, confermando ciò che già era stato accennato nel disco precedente. Al primo ascolto nessuna aspettativa, l'album parte con una anonima “Fanfara” stile reggimento dei Bersaglieri per poi sfociare in un breve glitch che porta a "Follow", un riff travolgente di campane e campanellini, le solite chitarre guidate dalla solita batteria e un testo che di metal ha assolutamente il nulla. In sottofondo, si alternano epici chorus da stadio. Ma è quando riprendono gli ottoni che una batteria più pacata accompagna "Kel Valhaal" verso il primo accenno di pazzia: una lirica quasi rappata, nessuna voce sforzata e nessun growl. Lo lascio suonare e mi trovo davanti ad elementi fin troppo inquietanti, per il solo fatto che non c'entrano un cazzo. Concetto ben esplicitato in "Quetzalcoatl", con quel piccolo dettaglio iniziale a farmi trascendere: sembrerebbe proprio d’aver sentito un suono elettronico, guidato da una drum machine. Continuo l'ascolto ed emerge sempre più un lavoro contorto e illogico: non traspare uno stile statico, ma un vortice di suoni sconnessi che si innestano sulla base molto più primitiva del genere. E così in chiusura lo stile pende verso un hip-hop improvvisato, quasi un richiamo ai Death Grips, fino all’ultima fanfara con la quale cala il sipario. E' difficile ammettere che sia bello. Non c'è alcun dubbio che sia originale e ben studiato.

Oltre a quest'enigma post metallico, vi sono altri ottimi lavori (decisamente più soft) presentati quest'anno, che probabilmente cadranno nel dimenticatoio a causa della scarsa popolarità dei gruppi:

 

- rispolverando e riadattando un jazz avanguardistico, Tigran Hamasyan stupisce con il nuovo lp intitolato "Mockroot" in cui il giovane armeno ingloba nel suo piano testi onirici in lingua;

 

- "New Alhambra" di Elvis Depressedly è un buon surrogato di Blur e dei pessimi Tame Impala, in un breve lavoro di appena 40 minuti. Raccoglie indie e psichedelica con una voce che richiama molto quella di Kevin Parker, ma distinguendosi per accuratezza e originalità soprattutto nell'arrangiamento;

 

- "The Light is Taking me to Pieces" è l'LP di debutto della band alternative rock/post-indie This Good Robot. Segue l'EP "The Human I am" risalente al 2011. È ufficialmente la colonna sonora dell'Italia che si becca la sua bella condanna per tortura dall'UE.

 

- "Indian Summer" è un lavoretto niente male degli australiani Hellions a base di punk hardcore, con qualche accenno di pesantezza in più rispetto all'LP precedente. Tutto sommato uno degli album del genere meglio riusciti finora.

 

- Per finire, qualcosa di più spettrale. "Fiat Lux" di AUN spazia tra droni ipnotici e ambient laconica, con i quali il canadese rimane legato ai lavori precedenti, ma evidenzia un piccolo salto di qualità soprattutto per quel che riguarda la dinamicità dei suoni.

Se ancora non vi basta o se ancora nonostante tutto siete amareggiati e/o disgustati da tutta questa roba, ascoltate questa registrazione. È il suono dei neuroni che comunicano tra di loro.

Cheers.

 

, Federico Gambato

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